Dopo l'intervento
di Eugenio Caggiati a nome dell'associazione "Il
Borgo" pubblicato ieri sulla Gazzetta di Parma in merito
al Festival Verdi 2013, il basso Michele Pertusi ha scritto
una lettera da Londra sullo stesso tema.
Pertusi, nella capitale
inglese per interpretare il Conte Rodolfo nella Sonnanbula
di Bellini, ha affrontato diverse questioni: dal problema degli
sponsor alla qualità degli spettacoli rispetto alla
spesa. Questo il testo integrale:
Caro Caggiati,
mi
permetto di intervenire sulle questioni riguardanti le ormai
note vicende della Fondazione
Teatro Regio e Verdi Festival
con spirito critico e senso di appartenenza ad una comunità,
senza pretendere di avere la verità in tasca.
Su questo argomento ci sono molti aspetti che vanno chiariti
per rendere più comprensibile ai cittadini di Parma
ciò che è successo e ciò che sta succedendo
nella nostra bella città. Naturalmente, spero che qualcuno
possa confutare queste mie esternazioni con argomenti seri
e che si possano aprire tavoli di discussione altrettanto seri
,e in quel caso, sarò il primo io ad ammettere i miei
errori.
Una domanda che a molti di voi sorgerà spontanea è perché io
abbia scelto di prendere queste posizioni critiche rispetto
alla gestione della Fondazione Teatro Regio e più specificatamente
nei riguardi della conduzione del Verdi Festival. Da più parti
ho ricevuto rimbrotti del tipo che agisco così perché non
mi scritturano a Parma. A dire il vero offerte ne ho ricevute,
ma le ho gentilmente rifiutate. La mia etica e i miei principi
me lo hanno imposto, anche se non sono senza peccato, come
tutti del resto.
Io ritengo invece che la questione sia molto più seria
e il fatto che Pertusi canti o non canti a Parma sia assolutamente,
alla luce dei fatti, irrilevante. Prendo queste posizioni per
dovere civico verso i miei concittadini che pagano le tasse
e per amore verso la mia città, nonostante che anch’essa
sia in qualche modo complice di questa situazione. Da più parti
mi sento dire che è comodo criticare adesso che sono
fuori mentre all’epoca della collaborazione col Regio
me ne stavo zitto. Intanto dico che non è per niente
comodo, anzi è molto scomodo confrontarmi con queste
situazioni e potrei benissimo farne a meno, ma sono sempre
dell’idea che il silenzio e la connivenza siano una colpa
e nella mia posizione sarebbe, non solo ingiusto, ma vile trincerarsi
dietro un comodo silenzio. Detto questo, non vorrei che il
messaggio che ne esce sia quello di un artista che sputa nel
piatto dove ha mangiato, purtroppo il cibo di questo piatto
sta marcendo e ritengo doveroso metterne a parte chi ha la
buona volontà di ascoltare con serenità. Sì è vero,
avrei dovuto uscire allo scoperto prima, ma soprattutto avrei
dovuto declinare le offerte prima, anziché fare favori
e sconti sui cachet pattuiti in precedenza. Ma nessuno è perfetto.
Quello che io contesto è che il Teatro Regio con tutte
le sue numerose attività è diventato da qualche
tempo a questa parte un’entità sovrintendente
centrica il cui unico scopo è quello di osannare l’operato
del primo responsabile artistico della Fondazione. Questo non
solo è inaccettabile eticamente, ma porta inevitabilmente
a servirsi del nome di Verdi per trarne vari vantaggi. Il punto
di partenza invece, secondo me, dovrebbe essere un atteggiamento
di umiltà che porti a servire Verdi. Su questo non sono
più disposto a compromessi.
LA QUALITA’ DEGLI
SPETTACOLI IN RAPPORTO ALLA SPESA
La gestione Meli della Fondazione Teatro Regio inizia nell’estate
2005 con una dote di massicci finanziamenti pubblici Arcus
e Ministero delle infrastrutture presieduto allora da Pietro
Lunardi e dopo la catastrofe al Lirico di Cagliari e l’allontanamento
dalla Scala giunge in pompa magna il Maestro sardo, anche grazie
alle pressioni di Fedele Confalonieri. Pare che anche una telefonata
del M° Riccardo Muti abbia indotto l’allora sindaco
Ubaldi a far fuori il Prof. Gian Piero Rubiconi per far posto
al nuovo, appoggiatissimo e super retribuito sovrintendente.
Fin qui, a parte il trattamento poco ortodosso perpetrato nei
confronti di Rubiconi, siamo nell’ordine delle “cose”.
Le promesse di allora furono improntate sull’arrivo di
sponsor internazionali, una pioggia di finanziamenti da Roma
che avrebbero permesso la produzione di spettacoli di assoluta
eccellenza portando Parma ai vertici mondiali. Ricordo una
delle prime interviste a Meli che parlava di un Don Giovanni
diretto da Muti con la regia Roman Polansky… Non sono
uomo di numeri e non posso fornire cifre precise, ma alcune
considerazioni si possono ugualmente esporre. La precedente
gestione, lasciò le casse della Fondazione Regio con
un piccolo attivo, questo almeno mi disse il Prof. Rubiconi
stesso e non ho motivo per non credergli e circostanza confermatami
dall’avv. Fulvio Villa, allora membro del cda. Ora, qualcuno
dovrà rendere conto alla città di tutto quello
che si è speso da allora (la stampa dell’epoca
riferiva di una pioggia di milioni su Parma che diede adito
anche a roventi polemiche con altri teatri) generando comunque
un buco di circa 12.000.000 di euro, pur sempre i vecchi 23/24
miliardi di lire (fonte Il Nuovo di Parma del 4 nov. scorso).
Con l’aggravante che tutto sommato la qualità delle
proposte non ha avuto un miglioramento evidente, al di là di
sporadici episodi, ma che in ogni caso non giustificano un
siffatto allarmante bilancio in rosso. Per capirci, si è speso
molto di più di prima per avere grosso modo lo stesso
livello qualitativo, o, se miglioramento c’è stato
non si è rivelato decisivo. Considerando poi, le affermazioni
del sovrintendente che asserisce il fatto che Parma è il
punto di riferimento dell’esecuzione verdiana nel mondo
e che ciò non è assolutamente vero, non si può che
ratificare il fallimento dei propositi iniziali.
L’USO
E CONSUMO DELLA TRADIZIONE
In varie occasioni pubbliche il massimo dirigente della Fondazione
Regio afferma che a Parma si esegue Verdi nel solco della
tradizione. A me viene il serio dubbio che non sappia ciò di
cui stia parlando. Non credo si debba confondere la tradizione
con gli acuti non scritti o una sorta di insieme di convenzioni
entrate nell’uso esecutivo dopo che un cantante, grazie
a ciò, ha avuto un grande consenso. Come diceva il
M° Votto (se non ricordo male), la tradizione è un
bagaglio di conoscenze che ogni esecutore si porta addosso,
dal quale attingere soluzioni e idee musicali. Io non sono
un cantante che ripudia la tradizione intesa in questo senso,
non tutto è cattivo quello che ci hanno insegnato
e lasciato grandi esecutori del passato, ma secondo me improntare
un Festival nel solco della tradizione vuol dire, di fatto,
operare come il 99% dei teatri nel mondo, quindi ci priviamo
di un’esclusività esecutiva, quell’unicum
che dovrebbe essere la caratteristica fondante di un Festival,
soprattutto di un Festival monografico. A tal proposito,
riferendomi al VF appena finito, mi sembrano assolutamente
incoerenti le scelte di scritturare direttori d’orchestra
che poco o nulla hanno a che fare con la tanto sbandierata
tradizione: Temirkanov, che è anche direttore stabile,
non può essere definito un musicista vicino alla tradizione,
Gelmetti, ottimo direttore con cui ho avuto splendide collaborazioni,
si è in qualche misura affrancato dalla tradizione,
tanto che le uniche scelte interpretative degne di un Festival
sono state proprio le cadenze scritte da Verdi nel Ballo
in maschera e da Gelmetti ripristinate, Battistoni, il “genietto”,
con la tradizione c’entra poco o punto e il bravo Michele
Mariotti non può certo dirsi un direttore vicino alla
tradizione, anche se la conosce bene,se non altro per età anagrafica.
Se si impronta un Festival sul solco della tradizione sono
altri i nomi che devono essere coinvolti. Quindi poche idee,
ma confuse.
GLI OBBIETTIVI DEL FESTIVAL VERDI
Per ora, pare che l’obbiettivo principale sia quello
di far uscire il cofanetto di DVD con 27 opere di Verdi spacciandolo
per un’integrale che, di fatto, integrale non è perché le
opere di Verdi sono 28 più il Requiem. Operazione mediatico
divulgativa solo atta allo scopo di incensare il sovrintendente.
Il progetto però rimane circondato da un alone di mistero:
non si sa chi pagherà i costi di produzione (mi giunge
notizia da un produttore di DVD che un’opera lirica pubblicata
e distribuita sul mercato abbia dei costi fra i 50.000 e i
100.000 euro) e non si sa nemmeno con quale etichetta usciranno.
Un altro obbiettivo del VF sarebbe quello di proteggere il
nome di Verdi (Meli alla conferenza di presentazione del Festival
2011), proteggerlo da chi? L’obbiettivo, forse più importante è quello
di creare un’indotto commerciale che porti linfa in città e
provincia e probabilmente da questo punto di vista la situazione è abbastanza
fluida, però mi si permetta, un Festival non può partire,
ma soprattutto non può accontentarsi di un indotto.
Se si vuole veramente puntare ad un giro di denaro si allestiscono
nel periodo estivo opere allo Stadio Tardini che garantisce
la presenza di almeno 15.000 persone. Come possiamo capire
il rispetto del volere di Verdi non viene nemmeno preso in
considerazione, ma sicuramente non è un obbiettivo che
ci si è proposti di perseguire. Ecco perché dico
che ci si serve di Verdi: i DVD, l’indotto, l’ammiccamento
alla piazza per un consenso personale, le autocelebrazioni
della dirigenza nelle varie uscite pubbliche, ma Verdi dov’è?
L’ANNOSO
PROBLEMA DEGLI SPONSOR
Un altro punto che necessita una riflessione è l’apporto
degli sponsor istituzionali e privati. Con Meli a capo del
Regio, stando alle promesse fatte in sede di insediamento,
dovevano arrivare a Parma nuovi sponsor internazionali per
garantire cifre importanti da investire nelle produzioni per
innalzare in modo deciso ed evidente la qualità degli
spettacoli. A me sembra che tutto ciò non sia avvenuto,
il partner più prestigioso a livello internazionale,
Barilla, se n’è andato (purtroppo senza rendere
pubblici i motivi di questa decisione), ma anche la Provincia
di Parma che garantiva 500.000 euro annui è uscita,
anche in questo caso i motivi non si conoscono e mi piacerebbe
che l’amico Bernazzoli, Presidente della Provincia di
Parma, un giorno, rendesse pubbliche le cause di questo distacco.
La sola Fondazione Cariparma tiene duro, ma credo che ultimamente
abbia di ridotto i contributi. Quindi, la situazione non è molto
florida da questo punto di vista e i segnali futuri sono perlomeno
allarmanti. Il ruolo di Mediaset, poi, è curioso e anomalo,
figura fra gli sponsor, ma non dà un euro, garantisce
solo un’inutile pubblicità gratuita sulle sue
reti televisive che ai più passa inosservata. Concretamente
evita alla Fondazione Regio una spesa che in circostanze normali
non affronterebbe mai. Penso che sia un caso più unico
che raro.
IL FESTIVAL DI SALISBURGO COMPETITOR DEL VF
Il sovrintendente ha recentemente definito il Salzburger
Festspiele competitor del VF, su quali basi si afferma
ciò non è dato
sapere, perché si tratta di una colossale panzana.
Riallacciandomi ad un’infelice affermazione del Dott.
Manfredi di Mediaset che asserisce che Parma non è Salisburgo
perché ci sono certi giornalisti che pongono domande
tendenziose, io rispondo che Parma non è Salisburgo
perché là non c’è un Confalonieri
che impone un suo amico come sovrintendente, là non
barattano il nome di Mozart con un finanziamento per ultimare
un ponte o un pezzo di tangenziale o, peggio ancora una carriera
politica o un vantaggio personale, a Salisburgo non c’è una
lobby di imprenditori che per opportunità politiche
e/o di facciata sostiene un sovrintendente di un teatro d’opera
pur non avendo le competenze necessarie. Là non ci
sono ingerenze inaccettabili, le nomine passano al vaglio
di una commissione direttamente dipendente dal Ministero
della Cultura Austriaco, per farla breve, a Salisburgo si
fanno le cose seriamente. Ora, io ritengo che sia non solo
giusto, ma doveroso che un gruppo di industriali e imprenditori
capaci contribuisca a tracciare delle linee di governo di
una città portando competenza ed esperienza, non ritengo
eticamente giusta un’ingerenza ove non ci sia una specifica
competenza.
LE POSITIVITA’ DI
QUESTO SETTENNATO
Sono pochi, per la verità, gli aspetti positivi di questa
gestione. Tuttavia per correttezza, vorrei esporre un mio pensiero
sereno e consapevole anche su questo argomento. Come accennavo
in precedenza, se si parla di indotto, mi sembra che la situazione
sia migliorata rispetto alle precedenti gestioni anche se è doveroso
porre alcuni distinguo. Intanto ci dobbiamo fidare delle notizie
provenienti da ASCOM, le quali però non sono verificabili,
comunque trattandosi di persone che hanno una seria reputazione
voglio credere che tutto sia vero e comprovabile con dati econometrici
seri. Io sarei propenso a riconoscere a questa gestione anche
una qualità migliore delle proposte artistiche anche
se i miglioramenti rispetto al recente passato non sono stati
importanti come li vogliono far passare da più parti.
Di fatto non c’è stato il salto di qualità.
E il confronto con la gestione Spocci (anni 80-90 del secolo
scorso) è impietoso e improponibile. Ma, forse, erano
altri tempi. Devo dare atto a Meli di aver creduto nelle qualità di
tenore verdiano del suo omonimo Francesco Meli che a Parma
ha sempre dato ottimi risultati. Il fattore positivo più importante
però è stata l’idea di svolgere il VF nell’arco
di un mese con spettacoli tutti i giorni (situazione nuova
per Parma) che ha dimostrato la duttilità e la forza
produttiva del nostro massimo teatro e soprattutto l’amore
e la dedizione dei suoi lavoratori. Purtroppo però,
secondo me, le positività di questa gestione finiscono
qua e a conti fatti è un risultato largamente insufficiente.
IL TEATRO
REGIO PATRIMONIO DELLA COMUNITA’
Recentemente, nei pressi del Teatro Regio, i lavoratori hanno
affisso, in segno di protesta uno striscione che accennava
al nostro Teatro come entità di tutti e non ad uso
e consumo di pochi. Hanno ragione da vendere, e trovo inaccettabile
e arrogante trincerarsi dietro una legge o una regola che
permette ad una Fondazione come il Regio di glissare sui
bilanci senza l’obbligo di presentare un resoconto
dettagliato e specificato in ogni sua parte tirando in ballo
privacy e cavilli di ogni tipo. Un dirigente serio che gestisce
risorse pubbliche in un’entità che è patrimonio
della collettività DEVE renderne conto alla stessa
collettività con serietà, sincerità e
consapevolezza che il suo compito è soprattutto un
SERVIZIO PUBBLICO ben retribuito dai contribuenti stessi.
LE CHIACCHIERE DI MELI
Per commentare le due interviste rilasciate da Meli di recente
alla Gazzetta di Parma e a Parma Repubblica e l’intervento
nella trasmissione Agorà di TV Parma, non ci sarebbe
tempo. Mi limito a far notare che nell’insieme degli
argomenti trattati, il sovrintendente sancisce chiaramente
il fallimento della sua gestione. Devo però replicare
alle affermazioni che mi tirano in ballo: quella del cantante
rossiniano lo prendo come un complimento, quella, invece
che non devo improvvisarmi come esperto di melodramma, dico
che non mi improvviso esperto , SONO ESPERTO DI MELODRAMMA!
E’ il mio mestiere… Forse c’è qualcun
altro che si improvvisa… e quello non sono certo io.
Certo è che portarsi le stampelle (Arruga e Moreni)
per affrontare una trasmissione televisiva è segno
di una nervosa debolezza che fa riflettere.