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Interviste
Articoli e Recensioni 2010
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Guestbook Nausica |
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10
Ottobre 2010 |
di: Luca
Fontana su www.likiesta.it |
Parma,
Se il Festival Verdi sembra il festival del
prosciutto.
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È stato
uno dei frutti dell’epoca berlusconiana in città.
Un festival costoso e tutto incentrato sulle «ricadute
positive per l’indotto». Tanto che più che
per la musica è ricordato per le vetrine (anche di mutandine)
che espongono violini e spartiti. E tra salami e prosciutti,
Verdi è trasformato in testimonial dell’insaccato.
Il basso Michele Pertusi, parmigiano, uno dei maggiori interpreti
contemporanei delle opere di Mozart e Rossini, lo stronca: non
richiama un pubblico qualificato, non ha dietro un progetto musicologico
di ricerca ma cerca di accontentare gusti provinciali, e l’edizione
critica delle opere del maestro la stampa la Chicago University
Press. Come se Bach lo stampassero a Shangai…
Nel 1918, finita la prima guerra mondiale, tre dei migliori ingegni
che la cultura austro-tedesca potesse offrire, il compositore Richard
Strauss, il regista Max Reinhardt e il poeta, scrittore, drammaturgo,
e librettista di Strauss, Hugo von Hofmannsthal, si mettono insieme
con l’intento di fondare un Festival mozartiano a Salisburgo.
Primo scopo, quello di fornire esecuzioni di riferimento delle opere
e della musica strumentale di Mozart. Salisburgo è la sua
città natale; e anche se per niente amata, è comunque
il luogo dove si è formato, sotto la guida del padre, e dove
sino all’età di 21 anni è stato compositore di
corte del Vescovo, conte di Colloredo. Il Festival, come si sa, esiste
ancora, ed è quello che ha dato la misura a tutti gli altri
festival musicali nel mondo.
Nel 2004, l’allora sindaco di Parma, Elvio Ubaldi, ex
democristiano berlusconizzato, Pietro Lunardi, parmigiano,
dal 2001 al 2006 ministro delle Infrastrutture e dei trasporti,
e controllore delle ditte di famiglia (Rocksoil ufficialmente
intestata alla moglie, Stone e Treesse, specializzate in tunnel
e affini), uniscono i propri ingegni per dar vita a una fondazione
che pomposamente si chiamerà «Parma Capitale della
Musica». La definizione sfida ogni ironia. L’intento è quello
di rilanciare l’immagine della città con ricadute
economiche che favoriscano – parola magica – l’indotto.
La fondazione si impegna anche a partorire un Festival Verdi,
il quale sull’indotto, appunto, dovrebbe avere virtù magiche.
Ogni preoccupazione artistica è da intendersi come un
optional. Per foraggiare l’iniziativa, Lunardi, spreme
dal bilancio del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione
economica) 3 milioni di euro. La storia è lunga. Verdi,
essendo morto da tempo, può attendere. La Capitale della
Musica non partorisce niente. Nel 2006 viene sciolta.
Intanto,
un’altra opera buffa era in corso già da
un anno alla Scala. Il libretto, complesso e tortuoso, come
ogni intrigo di potere e sottopotere italiano, non è necessario
riassumerlo ai fini della nostra opera buffa. Basti dirne le
conclusioni. Nel conflitto a colpi più o meno bassi
tra due ras dell’impero berlusconiano, Bruno Ermolli
e Fedele Confalonieri, vinse il primo, la gestione Scala cambiò radicalmente
e in meglio, e questo è un merito che va riconosciuto
a Ermolli, tuttora vicepredidente del cda della Scala. Fedele
Confalonieri, in ritirata, approdò a Parma con al seguito
il Maestro Mauro Meli, che per breve tempo aveva avuto una
veste incerta di sovrintendente ad interim alla Scala. Mauro
Meli è un chitarrista, come denunciano le unghie lunghe
della mano destra – niente di male, lo era anche Berlioz – e
per qualche tempo è stato sovrintendente del Teatro
di Cagliari, avendo a proprio merito qualche produzione interessante,
ma anche tanti di debiti. Con Confalonieri e Meli l’idea
di un Festival Verdi riacquista vigore. Confalonieri prometteva,
a sostegno finanziario, un milione e mezzo in pubblicità (pubblicità invenduta,
però). A tutt’oggi si sa ben poco di come funzioni
la cosa. La micidiale noia che infliggerei al lettore se raccontassi
cosa successe, quando nel 2006 cadde per breve tempo il governo
Berlusconi, o il ruolo avuto da Bondi quand’era ministro
delle Cultura con ambizioni di poeta, la risparmio innanzitutto
a me stesso. Quel che mi interessa è far notare la differente
qualità di persone e di intenti che sono all’origine
dell’un Festival (mozartiano) e dell’altro festival
(il Verdi).
Veniamo
all’oggi. Cos’è il Festival Verdi?
E credo sia necessario spiegarlo con ogni mezzo di comunicazione,
perché pochi ne hanno sentito parlare (l’edizione
2011 sta per concludersi, il
28, ed in corso dal 1° ottobre). Innanzitutto, è un’appendice
di una stagione già misera del Teatro Regio di Parma:
una stagione “lirica tradizionale”, così definita
in bilancio, con tre produzioni, 6 repliche ciascuna, e un
paio di produzioni per il festival. Quest’anno, il festival
presenta due produzioni e mezzo. Due produzioni e mezzo che
non offrono alcun aspetto che possa interessare un pubblico
internazionale qualificato. E infatti rimane un evento per
lo più provinciale. Le due opere sono Ballo in maschera,
che per nulla di particolare si segnala, se non il recupero
di una vecchia regia polverosa di Pierluigi Samaritani, e Falstaff,
che per amore dell’evento, altra parola magica dell’estetica
della cafoneria eletta a etica, va in scena al Teatro Farnese,
magnifico rudere di un teatro rinascimentale, mai ultimato
dai Farnese stessi, e semidistrutto nel 1944 da una bomba alleata.
Per i cultori del ruinismo una meraviglia, per le necessità acustiche
del teatro musicale un disastro. La mezza produzione significa
un’opera in forma di concerto: quest’anno la meno
adatta, forse, a questo trattamento, ossia Il Trovatore, nel
luogo meno adatto, il minuscolo Teatro di Busseto. Sempre nel
Teatro Farnese – e si può immaginare la marmellata
sonora che ne risulterà – la Messa di Requiem.
Questa diretta da un gran nome, il russo Yuri Temirkanov, pomposamente
chiamato «direttore stabile». Direttore stabile
di cosa non si sa, poiché, in assenza di un’orchestra
stabile – è assunto a cachet – e dirigendo
lui soltanto un’opera e un concerto, per la modica cifra
di oltre 300.000 euro – così si mormora, in assenza
di un bilancio preciso [ma Linkiesta può mostrarvelo] – la
stabilità è un concetto assai vago. Ma anche
qui: il nome fa l’evento.
Il costo globale denunciato in un bilancio che non è pubblico
(e che finora è sempre stato negato alla stampa e persino
ai sindacati) – poiché il Teatro Regio gode di
un singolare regime ibrido, non è “teatro di tradizione”,
ma un po’ fondazione e un po’ ente di diritto privato – è di
circa 5 milioni e mezzo; un po’ più di 2 milioni
per la stagione lirica tradizionale e 3 milioni 250 mila per
il festival Verdi. Molte pulci potrebbero essere fatte a quel
bilancio, a partire dallo stipendio del direttore artistico
Meli – anche questo, si dice, sui 360.000 l’anno
(ma lui videorisponde così, a polemiche di questo tipo).
E qui il punto in discussione è un altro.
Cosa
giustifica che un paio di produzioni di qualità francamente
modesta e per cast, e per esecuzione musicale e per messinscena
vengano pomposamente definite Festival Verdi? Un parere interessante
al riguardo è certamente quello di Michele Pertusi. È uno
dei migliori cantanti oggi sulle scene del mondo, ammirato
per la sua duttile voce di basso cantante, ma che per di più è un
compiuto cantante-attore, che abita la scena come fosse casa
propria: convinto che l’opera vada fatta e vissuta come
grande teatro. Pertusi è parmigiano e molto affezionato
alla sua città, non vi canta quasi mai perché – ma
questo è un tratto italiano in genere – se hai
una fama mondiale non te lo perdonano proprio. Da qualche tempo
Pertusi è partito lancia in resta, con una lettera aperta
alla Gazzetta di Parma e intervenendo in dibattiti cittadini,
contro il non-Festival Verdi. Ne parliamo in Skype, lui a Londra,
dove prova Sonnambula al Covent Garden, e un giorno sì e
uno no vola a Barcellona per Faust.
«Già è pretestuosa l’idea di fare
un Festival a Parma», esordisce. «Verdi non era
di Parma e non ha mai pensato di esserlo. Casomai si pensava
nato nella provincia di Piacenza. E poi il problema qui non è la
nascita, ma la carriera. E allora i teatri più autorizzati
a pensare un Festival Verdi sarebbero la Fenice di Venezia,
l’Opéra di Parigi, e la Scala. Mi sta bene anche
a Parma, il problema però è che un festival vero
può nascere soltanto da un progetto culturale, e poiché di
musica trattiamo, un progetto musicologico serio».
«Da più di mezzo secolo studiosi, cantanti, strumentisti
stanno ripensando, sulla base di ricerche sulle pratiche esecutive
del tempo, esecuzione, interpretazione e messinscena, del teatro
d’opera del XVII, XVIII, XIX secolo. Monteverdi, Cavalli,
Handel sono diventati parte del repertorio corrente, con grande
successo di pubblico in tutto il mondo. Mozart oggi non si
esegue più come si eseguiva negli anni ’50; abbiamo
riscoperto la vitalità, la teatralità delle sue
opere serie, non solo Idomeneo o Clemenza di Tito, ma Mitridate
e Lucio Silla, per esempio. A tutto questo, Parma si dimostra
assolutamente sorda. Verdi continua a volerlo “secondo
la tradizione», ossia come si è venuto corrompendo
sotto l’influenza dell’opera verista di tardo Ottocento,
urlato e singhiozzato, con orchestre gonfiate e rumorose».
Con spadoni di cartone e corone di latta, gli suggerisco. «Appunto,
anche la regia sarebbe un campo da rinnovare completamente»,
ribatte subito Pertusi.
Un’istituzione benemerita c’è però a
Parma, l’Istituto di Studi Verdiani, che lavora all’edizione
critica delle opere di Verdi, pubblicate – interessante
notarlo – dalla Chicago University Press. Un po’ come
se l’edizione critica di Bach o di Mozart fosse pubblicata
dall’università di Shanghai.
«L’istituto dovrebbe essere il punto di partenza
di un vero Festival. Il primo compito di un festival è quello
di fornire un’esecuzione di riferimento di un’opera.
Basterebbe appunto un’opera all’anno, con costi
molto minori. Un’opera eseguita sulla base dell’edizione
critica, con quel lavoro di approfondimento e riscoperta delle
pratiche esecutive di cui ho parlato, con una regia modernissima
ma rispettosa della drammaturgia dell’opera. Questo sarebbe
il Festival Verdi. A me pare scandaloso che l’anno scorso
si sia messo in scena I Vespri Siciliani, con più di
un’ora di musica tagliata e senza il balletto. Pensa
che meraviglia se il Festival avesse proposto un’esecuzione
di Vêpres siciliennes, ossia il Grand Opéra francese,
composto da Verdi in francese, e come, prevedeva il gusto e
l’estetica del Grand Opéra, col balletto integrato
nella drammaturgia! E questo, sulla base dell’edizione
critica, e di un’esecuzione critica. O si fa questo,
o non vedo lo scopo di chiamare festival una mezza stagione
di routine. In questo momento stesso l’intero mondo è un
Festival Verdi, essendo il Grande uno dei compositori più eseguiti».
Cos’altro manca per farne un vero Festival? «Che
sia una scuola e un laboratorio di giovani cantanti e musicisti.
Ma anche questo fa parte del progetto musicologico serio. Il
Rossini Festival di Pesaro ha avuto questo, tra gli altri meriti.
E il progetto musicologico è venuto prima e ha partorito
il Festival. Studiosi americani e italiani avevano a lungo
lavorato all’edizione critica delle partiture, allo studio
delle pratiche esecutive. Cantanti grandissimi, pionieri della
riscoperta della vera interpretazione, come Joan Sutherland,
Marilyn Horne, Shirley Verrett, Samuel Ramey, Rockwell Blake,
avevano aperto la strada a noi giovani. Io mi sono formato
al Rossini Festival; tra i migliori esempi dell’ultima
generazione c’è Juan Diego Flórez».
Che
ci sia il Festival a Parma ce ne accorgiamo perché dalle
vetrine di salumieri o negozi di scarpe, occhieggia malinconico
l’occhio ceruleo di Verdi nel bel ritratto di Boldini.
Par voler dire: «Come vorrei chiamarmi Giuseppe Rossi,
qui, oggi!». Costumi para medievali con spadoni di cartone
e corone di latta, ambientati tra prosciutti e forme di parmigiano,
decorano le vetrine del centro. Nel portico sotto il Comune
rimbombano a volume da discoteca marce e cori da opere verdiane.
Come spiegare un uso così trito, volgare e idiota di
una gloria del teatro musicale nel mondo, di una delle poche
ragioni per sentirsi orgogliosi di essere italiani, oggi? Il
Verdi fra trionfi di prosciutti e salami e lambruschi e anolini
ci dice che quel che conta qui è l’indotto. Verdi
viene visto come un incentivo alla vendita di prodotti suini.
Il maiale – ce n’è uno ogni cinque abitanti,
e d’estate li si sente col naso – è la principale
fonte di ricchezza per i parmigiani. Verdi è ormai ridotto
a testimonial del maiale.
«L’ossessione dell’indotto è la spiegazione
del perché abbiamo “questo” festival Verdi»,
dice Pertusi. «È un pretesto, appunto. Il beneficio
economico sarebbe la conseguenza del successo di un progetto
culturale che richiamasse a Parma un pubblico qualificato da
tutto il mondo. Il Festival di Salisburgo ha un bilancio di
circa 50 milioni di euro; grossomodo la metà coperta
da fondi pubblici (Stato, regione, comune ecc..) e il resto
da sponsor e botteghino, senza dimenticare i diritti discografici
e tv. Ma i finanziamenti pubblici tornano poi indietro in tasse.
Ecco cos’è l’indotto».
Nella conferenza stampa di presentazione del festival, il Maestro
Meli ha detto, che tra gli scopi il principale è «proteggere
il nome di Verdi». Da chi, chi lo attacca? È sui
cartelloni di tutti i teatri del mondo. Ha goduto della stima
di Brahms, di Mahler, di Tolstoj, di Proust, di Erich e Carlos
Kleiber, di Bruno Walter, di Toscanini, certo. In anni recenti
ne hanno scritto i più grandi studiosi. Ha avuto e ha
i più grandi interpreti della storia della musica e
del teatro. Qualche mese fa un Macbeth diretto da Muti, con
la regia di Peter Stein, a Salisburgo appunto, ha fatto scattare
il pubblico in piedi all’ultimo accordo e si è ricevuto
venti minuti di applausi. Proteggerlo da chi? Va protetto solo
dal Festival Verdi di Parma.
*
Luca Fontana, studioso e traduttore di Shakespeare, è professore
di Drammaturgia allo Iuav di Venezia.
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