Trentanove
anni fa incominciai can tanta curiosità ad
avvicinarmi al teatro d'opera. II passo che separò la
curiosità dalla passione fù brevissimo.
Nella
stagione 69/70 fui particolarmente fortunato e facilitato perchè ebbi modo di assistere a due edizioni memorabili
del Mac Beth e Figlia, del Reggimento, ma quelli erano veramente
altri tempi per il nostro teatro lungi da diventare feudo di
ben nota famiglia artistica che oggi spadroneggia cancellando
la tradizione in un teatro che teatro di tradizione è sempre
stato, fino all'avvento degli Abbado.
Nel
panni di Mac Beth era, il Bolognese Mario Zanasi all'epoca
all’apice della forma vocale che ottenne uno strepitoso
successo personale. La ragione di quel successo era semplice:
Zanasi sapeva cantare e lo, faceva alla vecchia maniera!Non per
nulla Zanasi era stato allievo, della Maestra Ronchi eccelsa
preparatrice di voci. So che a Milano è attiva come insegnante,
la maestra Ballerini che della Ronchi fu allieva.
Anche La Figlia del Reggimento andata in scena quell'anno fu
un successo strepitoso. Cantava una Mirella Freni trentacinquenne
ed in forma smagliante, insieme a Ugo Benelli in autentico stato,
di grazia e quella sera i vecchi melomani. La ricordano lucidamente.
Alla fine degli anni sessanta era attiva una, schiatta tenorile
di gran tempra ed eccelso, valore vocale e tecnico.
Da
poco taceva la splendida voce del piacentino Poggi, ma imperava
la gagliarda voce dell'altra piacentina, l'indimenticabile Flaviano
Labò . Bergonzi e Corelli erano all'apice delle loro gloriose
carriere mentre declinavano pesantemente Del Monaco e Di Stefano.
Ascoltare Del Monaco e Di Stefano nei primi anni settanta era
come andare a Roma per vedere ì1 Colosseo, ci si rendeva
conto, degli antichi fasti ma si era pur sempre davanti ad un
cumulo di rovine!
Pavarotti
con la Sutherland spadroneggiava nel repertorio a lui congeniale
dal quale s'allontanerà progressivamente
e radamente per approdare a lidi più proficui sotto il
profilo della resa economica.
Dalla metà degli anni ottanta Pavarotti pagherà caro
il prezzo delle sue scelte, almeno sotto il profilo della resa
artistica.
Kraus
dominava da gran signore il repertorio lirico leggero dal quale
con infinita saggezza non si discosterà mai
pur rivedendo l'ampiezza del repertorio, per ovvi motivi d'età:
grazie Alfredo.
Carreras
era all'esordio e incantava con il fascino della sua voce maliosa;
Domingo giocava già a fare, il 1irico spinto
sfibrando in breve l'impasta, fascinoso delle risorse timbriche
e di colore che madre natura gli aveva messa in gola! Ah! Domingo
Domingo porche hai consentito; che malevoli colleghi già una
ventina d'anni fa si prendessero gioco di te, chiamandoti Plamingo
sostenendo che il SI e il Do te li eri mangiati in ancor giovane
età! Araiza allora emergeva, e si faceva apprezzare ed
amare, per classe e stile. Sabbatini e Juan Diego Florez erano
di la a venire.
In
mezzo a tutti questi, credo coetaneo di Pavarotti, c'era il
tenore bolognese Romano Emili. Chi è appassionato,
d'opera sa di chi parlo, coloro che l’opera lirica l’anno
solo sfiorata sì chiederanno “Romano Emili... chi è costui?”
Ramano Emili non è il Carneade di turno, ma uno dei più rappresentativi
tenori del secondo dopoguerra!
Di
Emili si può dire, come persona che è l'apposto,
del presenzialista, che non ha mai sgomitato per apparire; insomma
l'antitesi del divo, e del divismo. In Emili trionfano semplicità e |