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Guestbook Nausica  
  28 Aprile 2011
di Attila

IL REGIO DI PARMA E IL RECENTE BARBIERE DI SIVIGLIA

Felice iniziativa di canale 5 che, il sabato mattina, dedica circa 40 minuti di trasmissione a opere allestite sui più importanti palcoscenici nazionali. Da un paio di sabati trasmettono parti del Barbiere rossiniano rappresentato recentemente al regio di Parma. Il palcoscenico del Regio è prestigioso: quante volte Kraus ha cantato su quel tavolato mandando in visibilio il pubblico. Se un teatro di tradizione prestigioso allestisce un’opera “di cartello” qual è il Barbiere di Siviglia ci s’aspetta una produzione d’adeguato contenuto artistico. Sappiamo però che pure ai migliori fornai non sempre le ciambelle riescono con un bel buco al centro e che difficilmente, anche nel migliore degli spettacoli, tutto filerà alla perfezione dall’inizio alla fine però, tornando alla ciambella la s’accetta, obtorto collo, anche col buco storto a patto però che non ci sia solo il buco! Per quel che ho sentito l’impressione su questo Barbiere è sostanzialmente negativa. Difficile penetrare il mistero di scelte operate e che a me paiono infelici. Perché non s’è intervenuti in “corso d’opera” quando anche un orecchio non particolarmente addestrato avrebbe colto aspetti discutibili perché i conti, ascoltando, non tornano! Il giovane rampante Direttore Andrea Battistoni, che con Verdi ha mostrato maggiore maturità, in questa circostanza, m’è parso deludente. Quando va bene Battistoni fa il compitino limitandosi ad accompagnare senza brillare, lasciando latitare lo stile rossiniano che aleggia sull’orchestra. Meno male che il collaudato Coro ha fatto la sua parte. Il Rossini ascoltato in punta di bacchetta di questo promettente giovane è apparso povero di brio, di lucentezza; risulta scarnificata l’esuberanza e la carica vitale di quest’opera, musicalmente vitalissima, che finisce per languire nel mordente compresso e nella essenzialità dei colori. Doveroso è riconoscere alla Rosina di Ketevan Kemoklidze il merito d’aver supportato il maggior peso d’una rappresentazione claudicante per molti aspetti. La Kemoklidze ha offerto una prestazione artistica ragguardevole cantando con voce leggera e corposa al tempo stesso, ben sostenuta sul fiato con omogeneità di suono: canta fluidamente e morbidamente in tutta la gamma dell’emissione. Buon esempio di tecnica vocale questa giovane georgiana. La Kemoklidze mostra d’aver ben assimilato la pagina rossiniana e il ruolo le s’attaglia in virtù d’una facilità che s’acquisisce soltanto quando una buona preparazione consente di padroneggiare la parte invero assai complessa. Questa georgiana fraseggia con equilibrata correttezza e lega in modo tale che sfugge la percezione del passaggio e quest’aspetto della sua vocalità garantisce fluidità e morbidezza. La Kemoklidze esprime una pienezza timbrica in un caleidoscopio di colori omogenei e brillanti che soltanto un sostanzioso supporto tecnico è in grado di garantire pertanto va reso onore a quest’artista venuta da lontano per offrire ed esprimere arte. Il Don Bartolo di Praticò è quanto di più collaudato ci si può attendere e scenicamente colpisce il bersaglio senza esitazione. Praticò è incisivo nell’espressione mentre, a tratti, non tutti i suoni manifestano rotonda continuità che abitualmente caratterizza quest’artista. Esuberante è il sillabato talvolta perfino prevaricante il canto nella chiarezza alla quale ci ha abituati insieme all’indimenticabile Domenico Trimarchi ed Enzo Dara. Di notevole interesse la voce del tenore Dmitry Korchak estesa, dotata di bel timbro e colore naturali, capace d’affrontare l’aria “cessa di più resistere” solitamente tagliata. A Battistoni ed al Tn. Korchak il merito d’aver ripristinato, in questa edizione, una pagina d’impervia difficoltà ma ricca d’espressività. Purtroppo alla naturale facilità della voce del Korchak non corrisponde una effettiva facilità d’emissione! Manca la tornitura dei suoni, la flessuosità nelle agilità che Rossini impone al Suo Almaviva. Non sapremo mai come interpretava il ruolo Nozzari ma sappiamo, per fortuna come l’affronta Florez e Korchak mostra il suo limite nella vocalità non certo nella voce. Sebbene si rappresentino sotterfugi, in quest’opera tutto è chiaramente definito, determinato e spesso appariscente, affidato a voci che devono destreggiarsi con ricchezza di tinte forti e sfumate in una infinita gamma di colore senz’ombra ma sempre con nitore quasi accecante alternando momenti di luminosità a gradazione intermedia perfettamente calibrata. Eppure a Parma Kraus e Nucci sono venuti più volte…… e il Figaro del Frontali anni ottanta? Mah! A Don Basilio penso vada riconosciuta una onesta prestazione sulla linea di un comprimariato accettabile. Scene e costumi non m’hanno entusiasmato ma la sorpresa s’è destata ascoltando l’interpretazione che il baritono Luca Salsi ha dato nel ruolo rossiniano per eccellenza. Oggi questa voce non ha nulla del baritono rossiniano. Se prendiamo a confronto l’eccellenza del Frontali nel periodo sopra indicato con Salsi siamo agli antipodi. Il Salsi non può essere brillante nel canto perché la voce non glie lo consente. L’emissione è pesante, incapace d’agilità, dura, legnosa, aspra e fibrosa: non c’è traccia di morbidezza, pastosità. La voce è povera di colori inoltre, cercando gli acuti parte da un centro opaco, impacciato e povero d’armonici; sale faticosamente e le è negata la facilità che deve caratterizzare il registro acuto del baritono brillante. Salsi rende il brio del personaggio scenicamente ma non vocalmente. L’esuberanza e la vitalità di Figaro devono essere realizzate principalmente cantando perché il Barbiere di Siviglia è un’opera lirica non una commedia in prosa e Rossini chiede d’essere interpretato vocalmente. Difficilmente ad un’opera tra le più rappresentate mancherà successo di pubblico ma la platea giudica visceralmente ed è viziata da sostanziale impreparazione. Quasi sempre la conoscenza del pubblico non va molto oltre la romanza nota o il duetto ben conosciuto. Negli ultimi trent’anni troppo di frequente cantanti anche arcinoti hanno offerto al pubblico quel che il pubblico cerca: panem et circenses! Non fa onore all’arte del canto ma è così! Purtroppo oggi non c’è più Corelli a matar el toro con i suoi acuti da espada; Bergonzi ha lasciato imperitura memoria delle sue capacità di grande affabulatore della voce ma appartiene alla classe 1923 (o 22?), Kraus canta per nostro signore da 12 anni e Bruson è consegnato alla storia…….. E ora che ci tocca? Pare scomparsa l’autocritica e quel senso della misura dei propri limiti che permette d’evitare l’azzardo. Comunque sia agli appassionati d’opera faccio i migliori auguri perché mi sa che ne abbiamo tutti un gran bisogno!

ATTILA



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