IL REGIO DI PARMA
E IL RECENTE BARBIERE DI SIVIGLIA
Felice
iniziativa di canale 5 che, il sabato mattina, dedica circa
40 minuti di trasmissione a opere allestite sui più importanti
palcoscenici nazionali. Da un paio di sabati trasmettono
parti del Barbiere rossiniano rappresentato recentemente
al regio di Parma. Il palcoscenico del Regio è prestigioso:
quante volte Kraus ha cantato su quel
tavolato mandando in visibilio il pubblico. Se un teatro
di tradizione prestigioso
allestisce un’opera “di cartello” qual è il
Barbiere di Siviglia ci s’aspetta una produzione
d’adeguato contenuto artistico. Sappiamo però che
pure ai migliori fornai non sempre le ciambelle riescono
con un bel buco al centro e che difficilmente, anche nel
migliore degli spettacoli, tutto filerà alla perfezione
dall’inizio alla fine però, tornando alla
ciambella la s’accetta, obtorto collo, anche col
buco storto a patto però che non ci sia solo il
buco! Per quel che ho sentito l’impressione su questo
Barbiere è sostanzialmente negativa. Difficile penetrare
il mistero di scelte operate e che a me paiono infelici.
Perché non s’è intervenuti in “corso
d’opera” quando anche un orecchio non particolarmente
addestrato avrebbe colto aspetti discutibili perché i
conti, ascoltando, non tornano! Il giovane rampante Direttore
Andrea Battistoni, che con Verdi ha mostrato
maggiore maturità,
in questa circostanza, m’è parso deludente.
Quando va bene Battistoni fa il compitino limitandosi ad
accompagnare senza brillare, lasciando latitare lo stile
rossiniano che aleggia sull’orchestra. Meno male
che il collaudato Coro ha fatto la sua parte. Il Rossini
ascoltato in punta di bacchetta di questo promettente giovane è apparso
povero di brio, di lucentezza; risulta scarnificata l’esuberanza
e la carica vitale di quest’opera, musicalmente vitalissima,
che finisce per languire nel mordente compresso e nella
essenzialità dei colori. Doveroso è riconoscere
alla Rosina di Ketevan Kemoklidze il
merito d’aver
supportato il maggior peso d’una rappresentazione
claudicante per molti aspetti. La Kemoklidze ha
offerto una prestazione artistica ragguardevole cantando
con voce
leggera e corposa al tempo stesso, ben sostenuta sul fiato
con omogeneità di suono: canta fluidamente e morbidamente
in tutta la gamma dell’emissione. Buon esempio di
tecnica vocale questa giovane georgiana. La Kemoklidze mostra d’aver ben assimilato la pagina rossiniana
e il ruolo le s’attaglia in virtù d’una
facilità che s’acquisisce soltanto quando
una buona preparazione consente di padroneggiare la parte
invero assai complessa. Questa georgiana fraseggia con
equilibrata correttezza e lega in modo tale che sfugge
la percezione del passaggio e quest’aspetto della
sua vocalità garantisce fluidità e morbidezza.
La Kemoklidze esprime una pienezza timbrica
in un caleidoscopio di colori omogenei e brillanti che
soltanto un sostanzioso
supporto tecnico è in grado di garantire pertanto
va reso onore a quest’artista venuta da lontano per
offrire ed esprimere arte. Il Don Bartolo di Praticò è quanto
di più collaudato ci si può attendere e scenicamente
colpisce il bersaglio senza esitazione. Praticò è incisivo
nell’espressione mentre, a tratti, non tutti i suoni
manifestano rotonda continuità che abitualmente
caratterizza quest’artista. Esuberante è il
sillabato talvolta perfino prevaricante il canto nella
chiarezza alla quale ci ha abituati insieme all’indimenticabile
Domenico Trimarchi ed Enzo Dara.
Di notevole interesse la voce del tenore Dmitry
Korchak estesa, dotata di bel
timbro e colore naturali, capace d’affrontare l’aria “cessa
di più resistere” solitamente tagliata. A
Battistoni ed al Tn. Korchak il
merito d’aver ripristinato,
in questa edizione, una pagina d’impervia difficoltà ma
ricca d’espressività. Purtroppo alla naturale
facilità della voce del Korchak non
corrisponde una effettiva facilità d’emissione!
Manca la tornitura dei suoni, la flessuosità nelle
agilità che
Rossini impone al Suo Almaviva. Non sapremo
mai come interpretava il ruolo Nozzari ma sappiamo, per
fortuna come l’affronta
Florez e Korchak mostra il suo limite
nella vocalità non
certo nella voce. Sebbene si rappresentino sotterfugi,
in quest’opera tutto è chiaramente definito,
determinato e spesso appariscente, affidato a voci che
devono destreggiarsi con ricchezza di tinte forti e sfumate
in una infinita gamma di colore senz’ombra ma sempre
con nitore quasi accecante alternando momenti di luminosità a
gradazione intermedia perfettamente calibrata. Eppure a
Parma Kraus e Nucci sono
venuti più volte…… e
il Figaro del Frontali anni ottanta? Mah! A Don
Basilio penso vada riconosciuta
una onesta prestazione sulla linea di un comprimariato
accettabile. Scene e costumi non m’hanno
entusiasmato ma la sorpresa s’è destata ascoltando
l’interpretazione che il baritono Luca Salsi ha dato
nel ruolo rossiniano per eccellenza. Oggi questa voce non
ha nulla del baritono rossiniano. Se prendiamo a confronto
l’eccellenza del Frontali nel periodo sopra indicato
con Salsi siamo agli antipodi. Il Salsi non può essere
brillante nel canto perché la voce non glie lo consente.
L’emissione è pesante, incapace d’agilità,
dura, legnosa, aspra e fibrosa: non c’è traccia
di morbidezza, pastosità. La voce è povera
di colori inoltre, cercando gli acuti parte da un centro
opaco, impacciato e povero d’armonici; sale faticosamente
e le è negata la facilità che deve caratterizzare
il registro acuto del baritono brillante. Salsi rende il
brio del personaggio scenicamente ma non vocalmente. L’esuberanza
e la vitalità di Figaro devono essere realizzate
principalmente cantando perché il Barbiere di Siviglia è un’opera
lirica non una commedia in prosa e Rossini chiede d’essere
interpretato vocalmente. Difficilmente ad un’opera
tra le più rappresentate mancherà successo
di pubblico ma la platea giudica visceralmente ed è viziata
da sostanziale impreparazione. Quasi sempre la conoscenza
del pubblico non va molto oltre la romanza nota o il duetto
ben conosciuto. Negli ultimi trent’anni troppo di
frequente cantanti anche arcinoti hanno offerto al pubblico
quel che il pubblico cerca: panem et circenses! Non fa
onore all’arte del canto ma è così!
Purtroppo oggi non c’è più Corelli a matar el toro con i suoi acuti da espada; Bergonzi ha
lasciato imperitura memoria delle sue capacità di
grande affabulatore della voce ma appartiene alla classe
1923 (o 22?), Kraus canta per nostro signore da 12 anni
e Bruson è consegnato alla storia……..
E ora che ci tocca? Pare scomparsa l’autocritica
e quel senso della misura dei propri limiti che permette
d’evitare l’azzardo. Comunque sia agli appassionati
d’opera faccio i migliori auguri perché mi
sa che ne abbiamo tutti un gran bisogno!
ATTILA