Concerto
lirico al TEATRO SAN PROSPERO di Reggio Emilia
Ieri sera faceva un freddo
cane che sommato alla tendenza ad impigrire, qual conseguenza dell'età non più verde, rendeva improbabile
la voglia di metter il becco fuori di casa.
Solo la certezza che avrei ascoltato
il soprano giapponese Azusa Kinashi poteva indurmi ad uscire. Prima di ieri
sera non avevo sentito il soprano Eva Reggiani e il baritono Alessandro Greene
oppure se era accaduto erano rimasti sepolti tra i ricordi che finiscono
nei cassetti chiusi della memoria.
L'impronta dominante nel concerto al San
Prospero l'ha impressa il Sp Kinashi. Questo soprano si segnala per un buon
equilibrio e fusione di un insieme di caratteristiche positive tali da consentirle
d'emergere nel mare magnum costituito dai “tanti che ci provano” in
alternativa ai pochi che riescono ad emergere.
La voce della Kinashi è lirico
leggera; dotata ci bel colore e ben timbrata manifesta un canto fluido e
gradevole negli accenti d'espressione e nel fraseggio ben calibrato. Non
manifesta disuguaglianze nel cambio di registro: appena percettibile una
lieve perdita di rotondità del suono nel grave ma è più il
pelo nell'uovo che un vizio.
Da buon lirico-leggero la Kinashi è a
suo agio nelle agilità e il suono resta brillante in tutta la gamma
dell'emissione. Così come oggi è improponibile aspettarsi un
nuovo Kraus è altrettanto impossibile riascoltare una novella Pons
o Micheau però la Kinashi canta bene e la sua esecuzione di “je
veux vivre” è stata più che gradevole. Con il ruolo di
Gilda questo soprano giapponese ha abituale contiguità e sembra ritagliato
sulla sua voce che risolve con puntuale precisione e ordinata quadratura,
sempre indispensabili, così come la cadenza ben eseguita e il rispetto
dei segni d'espressione dimostrano la familiarità che la Kinashi ha
con l'aria “caro nome” ben eseguita ieri sera. Con l'aria della
bambola da “ I racconti di Hoffman” la platea ha percepito non
solo la difficoltà insita nell'esecuzione ma pure la apparente facilità con
la quale è stata affrontata e risolta con viva soddisfazione non solo
del pubblico ma evidentemente anche della Kinashi.
Con l'aria di Vilija questo
gradevole soprano giapponese s'è riposato ad ha allietato il pubblico
trattandosi d'aria arcinota. Non altrettanto in buona forma il soprano Eva
Reggiani e il baritono cileno Alejandro Greene. Ad entrambi non fa difetto
la musicalità ma l'emissione è viziata da incertezze e disuguaglianze.
Nel caso della Reggiani forse ha pesato la scelta di arie dove probabilmente
non è riuscita ad offrire il meglio.
Non sempre precisa e sicura nell'esecuzione
di “io son l'umile ancella” anche se l'ascolto da parte mia è condizionato
da quanto lasciato tra i solchi del vinile dalla Olivero.
Difficilmente proponibile
poi la grande aria di Tosca; nella Reggiani manca lo spessore drammatico
e il gioco chiaroscurale dell'espressività riesce adeguatamente soltanto
se si è in possesso si un assoluto controllo dell'emissione che nella
Reggiani evidenzia ancora disuguaglianze condizionanti.
La voce latita tra
laringe e velopendulo nel palato molle mentre le corde paiono non trovare
la corretta tensione e posizione.
Per avere un'idea precisa di come è ben
impostata una voce, senza andare lontano, basterebbe tendere l'orecchio alla
registrazione, in bianco e nero, della Norma del 1966 o 1967 dove il reggianissimo
mezzosoprano Giovanna Vighi offre un saggio d'alto belcantismo realizzando
un'Adalgisa da “tempi andati”......quelli che purtroppo non
tornano quasi mai!!!
Non mi fa mai piacere sottolineare i limiti ed i difetti d'una voce e d'un
interprete anche se considero funzione della critica quella di fornire in
assoluta buona fede e sincerità un aiuto a tutti coloro che affrontano
il palcoscenico. Nessuno è depositario della verità ma passione
ed esperienza vanno poste al servizio di coloro che si propongono quali interpreti
di pagine immortali; loro è il compito d'aderire nel modo più completo
alla volontà dei compositori.
Che dire del baritono Alejandro Greeene: ha bella voce ma dubito sia baritono.
Non ha un registro grave assestato e rispetto al centro è ben percepibile
la disuguaglianza nel colore e soprattutto nello spessore.
La densità del suono va rarefacendosi accedendo al grave.
L'impressione
che ho provato ascoltandolo è più quella di trovarmi in presenza
d'un tenore che non ha risolto il registro acuto e che s'è “accomodato “ in
quello baritonale senza averne le caratteristiche.
Lo hanno fatto e lo fanno
in tanti ma le conseguenze sono ben percepibili soprattutto con lo scorrere
del tempo. Sebbene il supporto della pianista cilena Maria Ines Mercandino sia stato prezioso per tutti e tre gli interpreti le disuguaglianze e le
incertezze palesate
hanno pesato sulla prestazione del “Br” Greene.
L'invito che
rivolgo a tutti coloro che calcano le tavole del palcoscenico è di
riascoltare sempre la registrazione del concerto a “bocce “ ferme
insieme a persona esperta e di fiducia ed averne fiducia significa soprattutto
essere pronti ad ascoltare anche quello che non vorremmo sentirci dire!