24 GENNAIO 2012 AIDA al teatro Regio di Parma
Il Regio di Parma è un palcoscenico prestigioso che qualsiasi cantante
lirico vorrebbe calcare; è un teatro di grande tradizione che incute
timore e riverenziale rispetto da parte dell'esordiente come dell'artista
collaudato.
Non c'è soltanto il club dei ventisette ma, complessivamente, un pubblico
abituato non soltanto alle belle voci e capace di distinguere dando corretta
collocazione ai cantanti che si propongono all'uditorio.
La serata era dedicata
ad un pubblico giovane under 30 e di questo occorre dar merito all'assessorato
alla cultura del Comune di Parma e alla direzione del teatro: è stato
bello trovarsi circondato da giovani a testimonianza che l'interesse per
il canto non è ingessato su fascia d'età condizionata dalla
prostata o dalle caldane della menopausa. Se non si facilita l'accesso ai
teatri, come ha fatto la direzione del Regio, difficilmente ci sarà un
ricambio generazionale del pubblico. Aida è un opera che ben s'addice
ai fini propedeutici per spettacolarità delle scene, per passionalità dell'intreccio
amoroso, per ambientazione, considerando che rendere il senso della grandiosità scenica
con l'avaro spazio del palcoscenico, che non è una arena, richiede
misure di compromesso che la regia ha risolto brillantemente avvalendosi
della collaborazione d'un complesso scenografico ben efficace.
Scene e costumi erano non soltanto appropriati in buona misura ma addirittura
sfarzosi.
Occorre una precisazione riguardo i costumi: mentre quelli dei
soldati e del balletto erano ben centrati sul periodo storico quelli
dei sacerdoti riportavano più a Nabucco mentre quelli
figuranti parevano più guardie d'Erode o milizie scelte per Attila più che per
Aida comunque non si può negare l'efficacia dell'impatto visivo. Coreografie
di tutto rispetto quelle del balletto e meritevole di plauso l'impegno profuso
nelle danze; molto grazioso il balletto delle giovinette caratterizzato da
un giocoso batter delle mani sugli arti che richiamava immagini al profumo
di melinda tirolese.... quasi ci s'aspettava in distanza echi di jodler.
Un riconoscimento particolare quindi ai balletti e ai danzatori. Non mi ha
entusiasmato la direzione orchestrale che ha lasciato prevalere percussioni
e fiati sugli archi non solo nel forte e nel fortissimo ma talvolta anche
nei momenti dove il sostegno dell'accompagnamento del canto abbraccia duetti
e terzetti intrisi di una intimità che richiede tinte delicatamente
espressive comunque in parte risolte perché il complesso orchestrale è di
tutto rispetto. Il vero protagonista di questa Aida è stato il coro
che è uno dei migliori complessi vocali non soltanto a livello nazionale.
In Aida, il coro non costituisce una semplice cornice della
vicenda principale ma ne fa parte operante e determinante.
La funzione corale in Aida non si limita ad una semplice caratterizzazione
storica ma partecipa con palpitante e vigorosa vitalità alla fluttuazione
delle circostanze dell'intreccio dell'opera. Questa funzione del coro ha
trovato nella direzione del M° Martino Faggiani la migliore efficacia
espressiva risultando il vero trionfatore della serata.
Più articolato
il panorama delle voci soliste che s'è dipanato tra il mediocre e
l'inadeguato! Non c'è da meravigliarsi perché la stirpe dei
grandi è estinta per motivi anagrafici. C'è forse all'orizzonte
un soprano capace di reggere il confronto con la Devia odierna ultrasessantenne?
No! C'è qualcuno che abbia l'ardire di considerarsi erede di Kraus
che tante volte ha cantato al regio così come pochi hanno fatto prima
di lui? No!
Il dolo minore arrecato al personaggio è, nel migliore dei casi, l'inadeguatezza
al ruolo. I Tenori per "tutte le stagioni" capaci di risolvere
liricamente dove la densità e l'opulenza della natura veniva meno
si sono estinti con l'abbandono delle scene avvenuto 20 anni fa dall'inclito
Carlo Bergonzi; sparite per raggiunti limiti d'età le muscolose voci
di Martinucci e Giacomini, epigoni di Del Monaco con le ben note conseguenze,
chi resta oggi per impersonare l'eroicità del ruolo di Radames e gli
abbandoni estatici dei suoi duetti fino al trionfo esaltato della morte per
amore che unisce i due principali protagonisti nel finale dell'opera? E'
un deserto! Spentasi l'eco della voce di Bruson resta vivissima memoria di
Cappuccilli al quale va il nostro rimpianto e oggi se vogliamo ascoltare
una voce baritonale "per tutte le stagioni" occorre rincorrere
il baritono Marzio Giossi.
Nel repertorio lirico leggero c'è Florez e il tenore lirico Romano
Emili qualcuno se lo ricorda? Spero proprio di si....anzi ne sono certo perchè sono
artisti che basta ascoltarli anche una sola volta per non dimenticarli più!!!
Gli altri passano e vanno. Amonasro il Re guerriero entra in scena con "anch'io
pugnai" e con l'accorato cantabile "ma tu Re": è vinto
dall'armi egizie ma non sconfitto nella sua regalità belluina che
arde di vendetta e riscatto.
Si manifesta padre verdiano in "rivedrai le foreste imbalsamate" ed è questa
una figura nella quale s'alternano a brevi istanti, intrisi di paterno trasporto,
momenti di vigorosa ribellione e bellicosità partecipe dello sconforto
di Radames in "no tu non sei colpevole"! E' una figura complessa
e articolata che si colloca tra la densità sonora di Francesco Cigada
ed il canto fluido, legato di Galeffi o De Luca.
Il Br. Vittorio
Vitelli non è né l'uno né l'altro però s'è espresso
con buone intenzioni realizzando un Amonasro dignitoso con una palpabile
ricerca d'efficacia nel fraseggio e nei colori. E' una voce cantabile d'onesto
professionista del palcoscenico capace d'esprimersi con correttezza d'intenti.
Aida era impersonata dal Sp Caruso dotata d'eccellente presenza scenica e
voce d'adeguato spessore nonché corredata di bel colore e timbro.
L'emissione trova nel registro centrale la migliore capacità espressiva
perché quando accede al grave si fa più esigua mentre salendo
all'acuto s'indurisce. In acuto il suono è legnoso e le fibrosità che
emergono vanno a danno del timbro. Questo soprano manifesta ottime intenzioni
espressive oltre una voce di prim'ordine sicuramente adatta al ruolo anche
se impastoiata da una fonazione condizionante in acuto e nel grave. Pure
il fraseggio, ben calibrato sulla pagina verdiana, trova il limite nella
disomogeneità che distingue i registri. Un'Aida sostanzialmente buona
per intenzioni soltanto parzialmente realizzate.
A suo agio e ben inserito
nel ruolo il Bs Carlo Malinverno che vestiva i panni del
Re. Apprezzabile scenicamente e ben scolpito vocalmente il personaggio capace
d'emergere in modo significativo nei concertati per nobiltà d'accenti
e misurato fraseggio. In questi ruolo il Bs Carlo Malinverno mi ricorda il
Roni di molti anni fa capace di ritagliarsi una nicchia, nel contesto dell'opera,
rendendo sapientemente quanto a lui richiesto.
Al Ms Junhua Hao era affidato
l'ostico ruolo dell'innamorata delusa e sconfitta in amore da una schiava
e purtroppo non bastano le buone intenzioni manifestate dalla giovane orientale
alla quale è stato impossibile calarsi nel personaggio di Amneris.
Amneris purtroppo era assente; l'Amneris potente e possente, aggressiva e
dominatrice, insinuante e perfidina, sottile e serpigna, vibrante e travolgente
nel duetto con Radames non poteva scaturire da da voce esigua ed incapace
di dar corpo ad uno dei personaggi femminili verdiani di maggior rilievo
di tutta la produzione del rande bussetano. Questo Ms canti Mozart e lasci
stare Verdi altrimenti sconfina dove non può trovare spazio!
Dignitoso
il Ramfis del Bs/Br George Adguladze lui pure però fuori
ruolo. Il
Gran sacerdote è tale perché richiede un grande basso e Andguladze
basso non è nemmeno per statura fisica! E' chiaro che in simili condizioni
al massimo si rabbercia un personaggio alla meno peggio privo però delle
reali caratteristiche richieste. Manca l'ampiezza delle note gravi perché basso
non è l'Andguladze anche se con notevole intelligenza non ha cercato
di spacciare quel che non ha. Manca l'ampiezza solenne del suono; la ieraticità del
ruolo l'ha resa scenicamente ma non vocalmente! S'è l'è giocata
sul centro ed ha avuto il buon gusto di non forzare gli acuti nei concertati
riuscendo a farsi sentire decorosamente: un poco "tirato" nell'immenso
Ftah però, considerando il ruolo e le caratteristiche vocali dell'Andguladze,
tutto sommato non credo potesse far meglio e di più.
Difficile è comprendere
pechè il ruolo di Radames venga affidato ad una voce che non dovrebbe
varcare il confine ben delimitato dal Duca di Mantova o dal Rodolfo pucciniano
considerando i suddetti ruoli come limite oltre il quale non avventurarsi.
Se a quanto detto prima aggiungiamo la tendenza a stringere il suono in gola
accedendo all'acuto con sforzo tale da impoverire lo smalto della vocediviene
poi impossibile avere squillo, eroicità nel canto spiegato nel medio
enell'acuto, impossibili ancora trovare naturalezza nello slancio pertanto,
di conseguenza, il Tn coreano Hoon non è riuscito a trovare mordente,
fierezza, e ricchezza di modulazione dei colori quindi Radames ieri sera
era assente.
Assente il Radames estatico, sognante, lirico; assente il Radames
dell'invettiva vibrante, dal mordente traboccante fierezza e ardore giovanile....insomma
assente e basta.
E' un peccato perché la voce ha ottime caratteristiche
naturali e se impostata correttamente, in adeguato repertorio, potrebbe dare
grandi soddisfazioni al suo possessore.
Mah! Devo riconoscere che nel canto
del giovane coreano si percepivano le intenzioni non realizzabili per l'impegnativa
difficoltà del ruolo anche se nel finale, caratterizzato da un meraviglioso
lirismo, qualcosa di più è riuscito a dare compresso però e
sovrastato dal soprano.
Controversa rappresentazione d'Aida questa andata
in scena al teatro Regio di Parma