CONCERTO
LIRICO A RIO SALICETO
In
un mio precedente articolo ho scritto che troppo spesso
e da lunghi anni i concerti e le opere rappresentate nei
teatri della provincia emiliana e romagnola si rivelano essere
più spedizioni punitive che fonte di godimento per
l’appassionato che non s’accontenta della solita
romanza eseguita più da circense che da interprete
lirico: ebbene ieri sera a Rio Saliceto, quanto sopra detto,
non è accaduto.
Cantavano il mezzosoprano Erika Fonzar,
il tenore Vincenzo Bello, il baritono Giuseppe Altomare ed
il soprano Giovanna Casolla. Bello è oggi un cordiale
e gentile “giovanotto” d’altri tempi generosissimo
vocalmente ed innamorato del canto esattamente come quando
l’ascoltai per la prima volta a Reggio in Trovatore,
al municipale, insieme ad un altro esordiente nel ruolo del
Conte di Luna, il baritono Giorgio Zancanaro ed una strepitosa
Bianca Berini nelle vesti d’Azucena.
Credo fosse la
stagione 1976/1977 e se noi appassionati ci ricordiamo vivamente
la serata fu perché colsero nel segno.
Oggi Vincenzo
Bello esula dal giudizio critico perché lo si ascolta
con rispetto e profondo, riconoscente affetto. Avevo già ascoltato,
in recente passato, il mezzo soprano Erika Fonzar e risentirla
ha rappresentato una positiva conferma. Gradita la sorpresa,
per me che lo ascoltavo per la prima volta, costituita dalla
linea espressiva del canto del baritono Giuseppe
Altomare.
Significativo il fraseggio, scandita la dizione in maniera
adeguata alla frase ed alla parola cantata, efficace la ricerca
accurata dell’espressione ed ottime le intenzioni realizzative
in larga misura mandate ad effetto.
La voce non è torrenziale:
si connota per una densità e corposità collocabile
all’interno del repertorio lirico.
Ho particolarmente
apprezzato l’interpretazione di “Ah per sempre
io ti perdei” e pure l’aria dallo Chenier affrontata
con intelligenza in concerto anche se la voce non possiede
naturalmente lo spessore verista. In teatro questo baritono
s’avvale pure d’una ragguardevole presenza scenica
aiutato da una aspetto fisico che mi ha rammentato quello
del tenore Giorgio Merighi negli anni settanta e ottanta.
Devo dire che il Merighi di oggi, classe 1935, pare ancora
un giovanotto. Quando un baritono lega, sfuma, cerca e trova
in larga misura corretti accenti e scolpisce, pure in concerto,
il personaggio, nel breve volgere d’una romanza, non
si può chiedere altro se non il rimanere con attenzione
in repertorio onde evitare rischi inutili.
Che dire della
Casolla? Questo generosissimo soprano ha alle spalle una
lunga e onerosa carriera e ascoltare il suo canto dipanarsi
in tessiture ardite ed espressivamente assai impegnative
riempie di gioia l’appassionato e fa sorgere il dubbio
che abbia stretto un patto con qualcuno che non oso nominare:
i preti assicurano che c’è! Scherzi a parte
Giovanna Casolla rappresenta una solidissima certezza del
teatro d’opera internazionale ed è una portatrice
d’arte insostituibile.
A chiusura del concerto la Casolla ha voluto offrire al pubblico una rara perla della sua arte
interpretando “senza mamma” da Suor Angelica,
opera che in teatro non ha fino ad ora mai interpretato.
Si tratta d’un brano estremamente complesso sotto il
profilo interpretativo per tessitura e accenti d’espressione. È un’aria
che racchiude tanta dolcezza, struggimento, dolore e pianto
dell’anima, mezze tinte realizzabili solo attraverso
un perfetto controllo della mezza voce, del piano e del pianissimo
ed è proprio qui che la Casolla sfida le leggi naturali
del tempo trascorso e d’una carriera lunga vissuta
fino ad oggi non certamente all’ombra del risparmio. È necessario
essere grandi artisti per potersi permettere quello che la
Casolla oggi realizza con il suo canto.
Per cantare Suor
Angelica occorrono caratteristiche difficili da trovare in
una sola persona: dominio raffinato delle mezze voci e dei
filati da soprano lirico in felice connubio con una voce
bella e generosa e fin qui ci siamo ma è necessario
anche un temperamento drammatico ed una sensibilità d’attrice
tragica e con la Casolla andiamo a nozze! Il timbro della
Casolla non è propriamente angelicato ma la ricerca
dei colori è suggestivamente realizzata.
La Casolla in quest’accorata e struggente aria pucciniana riesce
ad essere a suo agio nei cambiamenti di registro con un canto
sobrio e raffinato al tempo stesso che trova una felice soluzione
nel finale smorzando il la naturale che chiude questo brano
d’infinta bellezza e purezza.
L’altra sera, cantando “senza
mamma”, la signora Casolla è riuscita a commuovermi
e questo non accadeva da tantissimo tempo.