LA
R.A.I. e RIGOLETTO
Mantova - Sttembre - 2010
Penso
di non sbagliare supponendo che, almeno una parte della
critica nazionale
più accreditata, leverà inni in gloria d'approvazione
per il Rigoletto trasmesso dalla nostra TV nazionale e “sparso” per
il mondo a dimostrare di che siamo capaci.
Non ho idea
dei costi ma credo siano stati necessari parecchi euro
di pubblica provenienza. La critica d'uno spettacolo non
si fa a priori perché occorre osservare e ascoltare
prima, inoltre il nostro Presidente della Repubblica, che
s'è scomodato per presentare l'evento, non è tenuto
ad avere conoscenza specifica in materia ma qualcuno che
gli sta intorno e gli scrive quel che poi leggerà in
TV si!
Iniziamo dall'ambientazione: la città di Mantova.
Mantova è bellissima e l'idea di collocare la vicenda,
nell'arco delle ventiquattrore, per le sue strade, tra i
suoi palazzi è stata non solo affascinante ma perfettamente
attinente. La regia avrà pertanto avuto le sue ragioni
se invece d'utilizzare Palazzo Ducale ha girato tra le stanze
di Palazzo The.
Di grande effetto pertanto le scene ed i
costumi.
Metha, l'orchestra, il coro hanno fornito una buona
prova d'ottima professionalità ed hanno risposto alle
aspettative facendo stridere ancor più quanto nello
spettacolo è andato storto.
Il comprimariato, nel suo insieme, ha avuto momenti felici
alternati ad altri discutibili perché a Borsa, Marullo
e Ceprano convincenti s'è unita una contessa assai
meno convincente vocalmente.
Se devo dire di quel che m'è piaciuto e m'ha convinto
di questo Rigoletto R.A.I. bastano poche
righe. Giovanna ha svolto il suo compitino e lo ha fatto,
a parer mio, decorosamente
e questo penso valga pure per Maddalena senza smettere di
considerare il principio secondo il quale basta guardarsi
bene intorno per assicurarsi che non vi sia di meglio allo
stesso prezzo.
Mi rendo conto che si tratta d'un principio
vilmente commerciale ma efficace: io stesso che sono un semplice
appassionato credo che avrei potuto proporre un'artista di
grande valore e ne faccio il nome : il mezzosoprano Tamta
Tarieli.
Decisamente poco convincente la prova fornita dal
giovane Duca che ha cantato tutta l'opera “pavarotteggiando” alla
stregua del grande Luciano dei primi anni duemila! Questo
giovane sale in acuto faticosamente e nel grave la voce perde
colore, rotondità e timbro. Nel centro qualcosa di
meglio gli esce ma sostanzialmente siamo lontani anni luce
dal ricordo che Kraus ha lasciato in terra emiliana.
Bello
sforzo citare proprio Kraus ad esempio! Ah! Si? Perché non
rammentare il Tenore romagnolo Carlo Zampighi?
Anche in questo
caso avrei potuto proporre un Duca assai più adatto
alla circostanza e ne faccio il nome: Emiliano Tozzi.
È questo Tozzi un giovane che ci sta provando ed al quale vanno i
miei migliori auguri; nato a Faenza, vive a Castrocaro e
se avesse avuto il tempo e l'incarico di provarci penso se
la sarebbe cavata onorevolmente.
Certamente non avrebbe fatto peggio. Mi dia retta Tozzi: è meglio
lei! Molto interessante Gilda: si muove bene sulla scena
e la voce è bella per timbro e colore.
Anche questa
ragazza non mi convince quando sale in acuto; nel grave inanella
incertezze come se, a tratti perdesse la continuità dell'appoggio
o, più probabilmente, la posizione delle corde.
Talvolta perde quella fluida continuità del suono,
nella sua rotondità e l'emissione si fa ondivaga.
Di rilievo e interesse la presenza di un Monterone vigoroso
ed incisivo per espressività giocata forse un po'
troppo sulle tinte forti ma è pur vero che questo
personaggio non va alla reggia del Duca per fargli salamelecchi.
A mio parere la figura più compiuta vocalmente e scenicamente è stata
quella delineata da questo bel basso di pregevole fattura.
A due glorie del passato erano affidati i ruoli del tragico
buffone e dell'assassino di Borgogna.
Domingo è pregevolissimo
artista e tutti lo conosciamo bene ma se gioca a fare il
baritono s'espone ad essere considerato un tenore senza gli
acuti.
Da baritono l'unica cosa della quale abbonda sono
le gocce di sudore che copiosamente irroravano la povera
Gilda.
Un artista del suo spessore non dovrebbe esporsi a
certi esperimenti. La voce conserva una larvata traccia dell'antico
splendore d'un tempo ormai perduto; la morbidezza è un
ricordo mentre, tra i solchi tracciati dal tempo , s'intuisce
ciò che resta di quel colore ammaliante degli anni
settanta che seppe sedurre e incantare le platee di tutto
il mondo.
Induce a tristezza ascoltare e osservare un'artista di tale
grandezza passare quasi più tempo a prender fiato
che a cantare.
Anche per il Bs Ruggero Raimondi, in larga
misura, valgono le considerazioni fatte per Domingo. Raimondi,
nella circostanza, non ha “saltato la corda” anche
se in passato s'è divertito a farlo, spesso con alterne
vicende, però le condizioni vocali odierne dovrebbero
indurlo a riflettere.
Se devo valutare lo spettacolo R.A.I.,
considerando quel che ci hanno fatto sentire e vedere Domingo
e Raimondi, riesco a reputarlo un malinconico esempio di
geriatria vocale! Se è in questo modo che la R.A.I
ritiene di trasmettere nel mondo l'immagine del teatro d'opera
siamo messi male.