ANGELICA al VALLI
ieri sera 25/9/2010
Ieri sera al Valli è andata in scena l'opera Angelica
del compositore reggiano Giovanni Bertolani non nuovo a questo
genere d'esperienze. Si è trattato d'una prima assoluta
e l'accoglienza del pubblico, che gremiva il nostro bel teatro, è stata
sottolineata da scrosci d'applausi di palese gradimento.
Sostanzialmente uno spettacolo gradito e gradevole che si è inserito
autonomamente in una programmazione teatrale che da lunghi
anni allontana la tradizione melodrammatica dal nostro teatro
nato come teatro di tradizione in una linea consolidatasi
per decenni e dimenticata da troppo tempo e non occorre ch'io
faccia nomi: sappiamo benissimo perché e chi dobbiamo
ringraziare!
Come sempre accade, in ogni
spettacolo teatrale, non tutto è filato
liscio anche se, nella sua complessità, il risultato
va considerato positivamente. Chi s'aspettava un'opera lirica
strutturata secondo canoni tradizionali è rimasto
a becco asciutto ma l'intenzione e la volontà del
compositore non andavano in quella direzione e Giovanni
Bertolani ha sicuramente centrato il bersaglio prefissato offrendo
tanta bella musica perché, signori miei, in questo
poema sinfonico che prende a prestito la voce umana, di musica,
gradevole e perfino bella, ce ne è veramente tanta.
Non è presente il recitativo e la parte vocale si
dipana tra ariosi ed arie che non sempre offrono ai protagonisti
una connotazione marcata dei personaggi come avviene nel
solco della tradizione. È un'opera strutturata in
modo tale da richiedere, anzi esigere, dai cantanti una fortissima
personalità interpretativa per non restare impastoiati
nel vigore preponderante della musica che prevale, soprattutto
se la direzione si compiace nel privilegiare le densità sonore,
essenziali nel servire la pagina scritta dall'autore nelle
parti sinfoniche, ma che andrebbero ricondotte ad un controllo
in chiave d'accompagnamento a sostegno del canto nei momenti
squisitamente lirici e questo è avvenuto con discontinuità ieri
sera.
Negli ultimi tempi ho ascoltato
più volte l'orchestra
sinfonica Cantieri d'Arte e penso esprima un valore artistico
di sicuro interesse attenuandosi nel tempo alcune incertezze
d'amalgama del complesso manifestatesi con momentanee discontinuità:
vedi Attila a Casalgrande e Don Pasquale sempre a Casalgrande
oppure Nabucco a Scandiano dove si sono evidenziate, nella
seconda circostanza, capacità espressive più compiute
e misurate. Questa Angelica offre un collage di “quadri” musicali
e lirici molto accattivanti e coinvolgenti e il Direttore
Stefano Giaroli coglie e realizza in larga misura le richieste
del compositore già dal preludio ricco d'echi wagneriani
perché occorre dire che nel corso dell'opera emergono
tracce dell'ampia conoscenza melodrammatica dell'autore che
riportano gli ascoltatori a quanto di meglio ha segnato la
tradizione dell'ottocento e del primo novecento.
Vi è un
momento nel quale sulle note dell'arpa s'aspetta quasi di
sentire la voce d'Otello intonare “vien Venere splende”,
oppure, nello splendido finale, mentre i violini tengono
l'accordo disegnando un tremolo che va spegnendosi, si rimane
nell'attesa delle parole del Padre Guardiano che con distaccata
solennità intona: ”salita a Dio”! Sono
momenti bellissimi e ricorrenti in questa interessante composizione.
Poiché le note sette sono e sette rimangono molti
sono gli echi che riconducono lo spettatore a momenti già vissuti
con Pescatori di Perle, Carmen, Salomè, Adriana Lecouvreur,
e perfino Tosca in un crescendo fortemente connotato dalla
personalità dell'autore che offre musica almeno per
un'altra opera all'interno di questa Sua Angelica. Significative
le coreografie del balletto “accademia” curate
da Costanza Chiapponi capaci d'esprimere una vibrante vis
evocativa nella scena della seduzione.
Le danze s'inseriscono
nel contesto dell'opera con ragguardevole efficacia
realizzando una sintesi tra gesto e suono molto equilibrata
capace di
suscitare emozione e coinvolgimento anche se lo spazio
occupato dilata un poco l'efficacia dell'insieme ma questo
accade
anche con la musica e qualche sforbiciata, sia pure
a costo di collidere moderatamente con l'autore, fossi
stato al posto
dell'ottimo Giaroli, l'avrei pretesa. Sappiamo però che
toccare la “creatura” dell'autore ne scatena
le ire! L'esperienza m'induce a pensare che ciò sia
avvenuto più o meno in maniera manifesta o velata
oppure, comunque, credo che il Maestro Giaroli, sulla punta
della bacchetta, qualche pensiero nella suddetta direzione
l'abbia fatto. A tratti la composizione si rivela prolissa.
Disorientante la regia che s'è avvalsa dell'esperienza
del noto costumista Artemio Cabassi il quale nell'occasione
agiva nella veste di regista.
A caratterizzare questa regiaè stata
la fissità o, a tratti, una sorprendente latitanza.
S'aveva la sensazione che i movimenti, nello spazioso
palcoscenico, fossero affidati più alla personale
esperienza degli artisti e al loro istinto interpretativo
piuttosto che ad
un percorso studiato e frutto di quelle prove che
spesso paiono non bastare mai. È ovvio che
in tale accidiosità registica
ogni artista risponde in modo diverso latitando quella
guida sicura e sperimentata che appartiene all'esperienza
del Cabassi.È però in
tale circostanza che emerge il cantante attore e,
dominatore in questo caso, si è rivelato
il baritono Marzio Giossi che
pur avendo una parte ridotta ha cantato con una
ricchezza di colori, un fraseggio ed una
vocalità d'altri tempi e ben difficilmente
riscontrabile oggi. La sua aria è stata
un'opera di raffinato cesello legando mirabilmente
i suoni in una breve ma intensa lezione
di canto. Accesa, vibrante e veramente regale l'interpretazione
di Carlo affidata al basso Enrico Iori. Iori si
conferma come solida realtà vocale nell'attuale
panorama del teatro d'opera.
Non avevo mai ascoltato prima
di ieri sera il ms Antonella De Gasperi ed è stata una gradevole
sorpresa. La De Gasperi canta con garbo e buon gusto;si muove
agevolmente sulla scena e l'emissione non ha vizi capitali
anche se qualche perplessità la sua voce la suscita.
La voce non si caratterizza particolarmente per timbro o
colore e neppure per densità e spessore però esprime
una essenziale eleganza e sicurezza nello sviluppo della
linea del canto e questo in vero non è poco. Qualche
dubbio mi coglie sulla esatta collocazione della voce. Se è veramente
Ms possiede comunque facilità in alto così da
indurre a pensare ad una di quelle voci che i francesi definiscono
con il termine “falcon” perché spaziano
dal ms/sp. A questa artista va ascritta una indubbia e marcata
capacità di caratterizzare il personaggio.
Mi sarebbe
piaciuto scambiare due chiacchiere con la proprietaria
della suddetta voce affinché m'aiutasse a chiarire. Se prendete
il Bs Montorsi vestito da vescovo e lo “liberate” in
Vaticano sfido chiunque a non prenderlo per “buono”.
Questo vecchio leone del palcoscenico, non me ne voglia il
Montorsi ma so che ha superato la settantina, da oltre mezzo
secolo onora quel comprimariato d'alto livello ormai così rarefatto
da essere riconducibile a pochi artisti e il Montorsi fa
parte della lista da tempo immemorabile. A Lei Montorsi l'augurio
di tanta salute e di tante future soddisfazioni sul palcoscenico........
per Lei e per noi! Le caratterizzazioni di questo artista
hanno sempre una caratura difficilmente riscontrabile nelle
altrui interpretazioni negli stessi ruoli.
Bel colore quello
della voce del soprano Anna Pirozzi non
sempre a suo agio nella interpretazione del personaggio
d'Angelica. Significative
le intenzioni espressive di questo soprano affidate
alla bella voce lirica che non sempre trovano
sicurezza e realizzazione
compiuta in una emissione che nel medio e nel
grave talvolta manifesta una linea discontinua
presumibilmente riconducibile
ad una esitante tenuta nella posizione delle
corde. La serata è stata
registrata e un attento riascolto dovrebbe fugare ogni eventuale
dubbio ed aiutare a localizzare con precisione i momenti
d'incertezza. Ottime
soddisfazioni si possono trarre da una voce così ricca naturalmente soprattutto se ci s'attiene
al repertorio squisitamente lirico che penso sia quello ad
essa più congeniale.
Non conosco l'età del
tenore Comencini ma da quel
poco che so su di lui, per mio difetto, penso
sia sulla cinquantina e questa è un'età cruciale
per qualsiasi cantante perché la voce
tende naturalmente a scurirsi e ad ispessirsi
inducendo talvolta il possessore
ad equivocare. Molti nel corso della carriera,
soprattutto se è lunga, si trovano nella
condizione di modificare il repertorio ma credo
sia auspicabile che questo avvenga
senza cercare, dilatando il centro, un peso
specifico che non appartiene alla natura della
voce. Se lo si fa s'induriscono
gli acuti e li si rendono problematici; la
voce spesso trova sonorità gutturali
e tutta la linea del canto perde la leggerezza
dell'emissione
e la possibilità di dare
ricchezza espressiva alla parola cantata. Il
Comencini è sicuramente
dotato d'ottimi mezzi ma l'emissione pare oggi
affidata a sonorità appesantite da un
centro che condiziona tutta l'emissione limitandone
l'efficacia
espressiva.
Una considerazione
particolarmente positiva occorre rivolgerla
al coro che ha offerto una prova d'elevato
contenuto artistico. Si tratta
del complesso corale dei Cantori d'Arte
del Maestro Giaroli che in quest'opera
ha evidenziato una ottima capacità espressiva
contribuendo in modo determinante al successo
finale del considerevole impegno del compositore. Un'ultima
annotazione va rivolta ai costumi di Artemio
Cabassi non solo perfettamente adeguati ma
belli e di grande
efficacia visiva soprattutto
riferendoci
alla componente femminile del coro. La serata è stata
un buon successo viste le manifestazioni
di gradimento del pubblico. L'intero incasso è stato
devoluto alla mensa del vescovo.