NABUCCO 13
Novembre Teatro Comunale di Carpi
Il massimo ottenibile riducendo
all’osso i costi rappresenta il rapporto qualità/prezzo. È applicabile
in campo artistico? La risposta è si! La veridicità del
suddetto assunto ha trovato realizzazione sabato scorso
al Comunale di Carpi dove è stato rappresentato
Nabucco con un risultato oltre l’aspettativa.
Non
mi è possibile quantificare gli euro che sono stati
spesi ma immagino che la cifra sia lontana anni luce da
quella che Reggio, Modena, Bologna, o altri teatri blasonati,
avrebbero messo in bilancio però penso di non allontanarmi
troppo dalla realtà immaginando un rapporto di uno
a otto oppure uno a dieci!!! E la qualità? Beh!....
Decisamente più che accettabile e per molti aspetti
buona.
La prima cosa che colpisce l’occhio sono le
scene ed i costumi e l’utilizzazione degli spazi.
Nel segno della tradizione melodrammatica la scenografia
ha ben reso l’atmosfera nella quale si è dipanata
la vicenda che fortemente evoca il nostro risorgimento
con tanto di lancio di manifestini, al termine dell’opera,
con il tricolore e la scritta “viva verdi” con
le lettere puntate una ad una. I costumi non solo appropriati
ma veramente belli e la regia, attenta alla tradizione,
invero efficace a dimostrazione che, se messo in condizione
d’agire serenamente, il regista Artemio Cabassi fa
valere una solida esperienza teatrale che invariabilmente
ha un peso determinante nell’economia dello spettacolo.
Da scrivere al merito del Cabassi non solo la regia ma
pure scene e costumi.
Decisamente in crescendo la Orchestra
Sinfonica “Cantieri d’Arte” che ho avuto
modo d’ascoltare più volte negli ultimi due
anni: dall’Attila di Casalgrande in poi. Siamo in
presenza di valide singole professionalità che il
Mastro Stefano Giaroli cerca d’amalgamare alla ricerca
del più efficace e migliore equilibrio. Occorre
premettere che nell’overture e negli intermezzi d’ogni
opera l’orchestra può permettersi quello che
nella sua funzione d’accompagnamento dei cantanti
le è solitamente vietato.
L’overture del Nabucco
contiene i temi che s’ascolteranno successivamente
nell’opera. Direttore e orchestra hanno ben reso
i ritmi marziali che caratterizzano gli aspetti processionali
dell’opera pur con uno squilibrio a danno degli archi.
Purtroppo è questo il limite palesato dall’ interessante
complesso orchestrale e spetta al Direttore Giaroli controllare
che fiati e percussioni non prevarichino. Nel forte e nel
fortissimo persiste purtroppo un fastidioso squilibrio
tra fiati e percussioni a danno degli archi che vengono “coperti” per
non parlare delle voci che sono letteralmente prevaricate
abdicando l’orchestra, nei suddetti momenti, al suo
ruolo di accompagnamento.
Un poco più d’attenzione
da parte degli orchestrali al gesto del Maestro potrebbe,
probabilmente, se non risolvere almeno attenuare il problema.
Occorre ricordare che ogni strumento a fiato necessita
d’un minimo di pressione del fiato ma è su
questo che occorre lavorare.
Il Teatro di Carpi è dotato
di golfo mistico quindi mi domando perché in tale
occasione non si è utilizzato! L’orchestra
inserita nel suo posto naturale d’azione avrebbe
attenuato certe corposità sonore. Grande protagonista
il coro! Il Coro dell’opera di Parma è una
indiscutibile grande realtà nel panorama melodrammatico
nazionale ed internazionale.
I momenti salienti in Nabucco
colgono sempre il coro sulla scena e senza un grande coro
l’opera non sta in piedi e sabato scorso l’eccelsa
professionalità degli artisti che lo compongono
ha contribuito in modo determinante alla efficace riuscita
d’una serata invero assai interessante artisticamente.
Praticamente inevitabile il bis richiesto con scroscianti
applausi al termine del “va pensiero”. Impeccabile
l’esecuzione! Trascinante ed entusiasmante la chiusa
con la nota sostenuta spegnendosi sul soffio che ha scatenato
l’applauso.
È stato l’unico bis che
ha reso onore all’eccellenza dei protagonisti ma
dopo l’interpretazione del baritono dell’aria “Dio
di Giuda” mi sarei aspettato altrettanto entusiasmo
ed uguale richiesta del bis. L’altro vero trionfatore
della serata è stato il baritono Marzio
Giossi nelle
vesti, scomode, del re assiro. Seguo da molti anni la carriera
di questo baritono e quel che m’impressiona non è soltanto
l’elevato contenuto artistico delle sue interpretazioni
ma la continuità della resa che testimonia ulteriormente
la grandezza di questo artista consapevole delle sue capacità ma,
dopo 25 anni di carriera, umile servitore dell’arte
del belcanto come agli esordi. La voce del baritono Giossi risolve liricamente, con squisita raffinatezza, sia i momenti
dove ira e passione si scatenano sia i passi accorati che
trovano giusto compimento nel “Dio di Giuda” che
ha mirabilmente reso legando i suoni con tale espressività che
per trovare qualcosa d’altrettanto valido occorre
tornare con la memoria al Bruson dei tempi d’oro
oppure fare un tuffo nel passato d’anteguerra e riascoltare
quel che De Luca o Galeffi hanno lasciato nei solchi dei
dischi. Un artista prezioso Giossi mai sufficientemente
apprezzato.
Così come la sedia ha 4 gambe se Abigaille
non regge il ruolo tutta l’opera ne esce pesantemente
menomata. Abigaille deve essere un soprano drammatico d’agilità e
già questa richiesta dell’autore prevede un
connubio di qualità non facili da trovare e conciliare
nella stessa persona. Oggi non sono in tante in grado di
rendere compiutamente la figura di Abigaille. È un
po’ come cercare le oasi nel deserto libico. Il soprano
Anna Pirozzi è dotata di un materiale vocale bello
per timbro e colore ma il peso specifico della voce è indubitabilmente
vocato al repertorio lirico, non certamente al lirico spinto
o drammatico(tanto meno il drammatico).
Difficilmente comprensibile
la scelta di questo soprano nel volersi misurare in un
ruolo che le è estraneo. Certamente buona può essere
la sua Mimì e ottime soddisfazioni può ottenere
nel repertorio congeniale alla sua voce bella e delicata
che non merita d’essere stiracchiata alla ricerca
di uno spessore che le è estraneo. Non è un
caso se il momento migliore questo soprano l’ha offerto
nell’andante “anch’io dischiuso un giorno”.
Gli acuti ci sono ma mancano assolutamente del vigore necessario
mentre il centro, nonostante lo dilati artificiosamente
alla ricerca di quello spessore che il ruolo esige, appare
nel caso esiguo. Il grave è privo di ampiezza e
d’armonici mentre è proprio in questo registro
che dovrebbe risuonare cupamente il ruggito di rabbia e
ribellione di Abigaille.
Altro pilastro di quest’opera è il
gran sacerdote Zaccaria. Premesso che insieme a Filippo
II, e al Padre Guardiano, quello di Zaccaria è “roba” da
far tremare le vene ai polsi di chiunque s’accinga
ad affrontare questo ruolo verdiano, il basso Enrico
Iori ha fatto sfoggio di adeguata personalità ed ha ben
reso scenicamente il personaggio. Meno a suo agio ieri
sera, vocalmente, rispetto ad altre occasioni nelle quali
ho avuto il privilegio d’ascoltarlo! La voce non è torrenziale
e ne perde la cabaletta “come notte al sol fulgente” ma è impostata
con proprietà e, nel corso dell’opera, s’è assodato.
Ieri sera m’è parso rilevare un disagio nel
salire in acuto che in altre circostanze non avevo percepito.
A tratti ho avuto la sensazione che fosse un poco raffreddato
o comunque indisposto. La voce, solitamente rotonda e morbida
usciva con meno armonici; più aspra e secca.
Detto
questo lo Zaccaria del basso Iori ben s’è inserito
nel contesto ed essenzialmente ha delineato un personaggio
credibile.
Dignitosa e decorosa la Fenena delineata da
Cristina Melis. Questa cantante realizza il personaggio
in virtù d’un buon equilibrio delle caratteristiche
vocali che la distinguono. Non da meno l’Ismaele del tenore Giuseppe
Talamo. La tessitura di questo ruolo
non è certamente impervia però esige un buon
legato e questo giovane tenore ha ottime intenzioni che
realizza in buona misura. Grave, centro e acuti sono equilibrati
e sostanzialmente l’emissione è esente da
vizi capitali. Ascoltarlo è piacevole.
Se 50 anni
fa una voce come quella del Talamo avrebbe, probabilmente,
faticato ad uscire dal coro oggi può ben proporsi
come solista purché non perda mai di vista il corretto
repertorio. Timbro e colore non hanno un particolare fascino
ammaliatore ma la linea del canto è ben gradevole
quindi”in bocca al lupo”al tenore Talamo.
Classe,
stile, intelligenza e una voce inossidabile fanno del sacerdote
di Franco Montorsi un esempio ed un prezioso patrimonio
per il teatro d’opera.
Va segnalata la bella voce
e l’accorta vocalità del soprano Carla
Cenacchi.
Adeguato l’Abdallo si Stefano Rizzati.