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Andrea Cheniér Nausica Opera 2010

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  13 Novembre 2010

NABUCCO 13 Novembre Teatro Comunale di Carpi

Il massimo ottenibile riducendo all’osso i costi rappresenta il rapporto qualità/prezzo. È applicabile in campo artistico? La risposta è si! La veridicità del suddetto assunto ha trovato realizzazione sabato scorso al Comunale di Carpi dove è stato rappresentato Nabucco con un risultato oltre l’aspettativa.

Non mi è possibile quantificare gli euro che sono stati spesi ma immagino che la cifra sia lontana anni luce da quella che Reggio, Modena, Bologna, o altri teatri blasonati, avrebbero messo in bilancio però penso di non allontanarmi troppo dalla realtà immaginando un rapporto di uno a otto oppure uno a dieci!!! E la qualità? Beh!.... Decisamente più che accettabile e per molti aspetti buona.

La prima cosa che colpisce l’occhio sono le scene ed i costumi e l’utilizzazione degli spazi. Nel segno della tradizione melodrammatica la scenografia ha ben reso l’atmosfera nella quale si è dipanata la vicenda che fortemente evoca il nostro risorgimento con tanto di lancio di manifestini, al termine dell’opera, con il tricolore e la scritta “viva verdi” con le lettere puntate una ad una. I costumi non solo appropriati ma veramente belli e la regia, attenta alla tradizione, invero efficace a dimostrazione che, se messo in condizione d’agire serenamente, il regista Artemio Cabassi fa valere una solida esperienza teatrale che invariabilmente ha un peso determinante nell’economia dello spettacolo. Da scrivere al merito del Cabassi non solo la regia ma pure scene e costumi.

Decisamente in crescendo la Orchestra Sinfonica “Cantieri d’Arte” che ho avuto modo d’ascoltare più volte negli ultimi due anni: dall’Attila di Casalgrande in poi. Siamo in presenza di valide singole professionalità che il Mastro Stefano Giaroli cerca d’amalgamare alla ricerca del più efficace e migliore equilibrio. Occorre premettere che nell’overture e negli intermezzi d’ogni opera l’orchestra può permettersi quello che nella sua funzione d’accompagnamento dei cantanti le è solitamente vietato.

L’overture del Nabucco contiene i temi che s’ascolteranno successivamente nell’opera. Direttore e orchestra hanno ben reso i ritmi marziali che caratterizzano gli aspetti processionali dell’opera pur con uno squilibrio a danno degli archi.
Purtroppo è questo il limite palesato dall’ interessante complesso orchestrale e spetta al Direttore Giaroli controllare che fiati e percussioni non prevarichino. Nel forte e nel fortissimo persiste purtroppo un fastidioso squilibrio tra fiati e percussioni a danno degli archi che vengono “coperti” per non parlare delle voci che sono letteralmente prevaricate abdicando l’orchestra, nei suddetti momenti, al suo ruolo di accompagnamento.

Un poco più d’attenzione da parte degli orchestrali al gesto del Maestro potrebbe, probabilmente, se non risolvere almeno attenuare il problema. Occorre ricordare che ogni strumento a fiato necessita d’un minimo di pressione del fiato ma è su questo che occorre lavorare.
Il Teatro di Carpi è dotato di golfo mistico quindi mi domando perché in tale occasione non si è utilizzato! L’orchestra inserita nel suo posto naturale d’azione avrebbe attenuato certe corposità sonore. Grande protagonista il coro! Il Coro dell’opera di Parma è una indiscutibile grande realtà nel panorama melodrammatico nazionale ed internazionale.
I momenti salienti in Nabucco colgono sempre il coro sulla scena e senza un grande coro l’opera non sta in piedi e sabato scorso l’eccelsa professionalità degli artisti che lo compongono ha contribuito in modo determinante alla efficace riuscita d’una serata invero assai interessante artisticamente.

Praticamente inevitabile il bis richiesto con scroscianti applausi al termine del “va pensiero”. Impeccabile l’esecuzione! Trascinante ed entusiasmante la chiusa con la nota sostenuta spegnendosi sul soffio che ha scatenato l’applauso.
È stato l’unico bis che ha reso onore all’eccellenza dei protagonisti ma dopo l’interpretazione del baritono dell’aria “Dio di Giuda” mi sarei aspettato altrettanto entusiasmo ed uguale richiesta del bis. L’altro vero trionfatore della serata è stato il baritono Marzio Giossi nelle vesti, scomode, del re assiro. Seguo da molti anni la carriera di questo baritono e quel che m’impressiona non è soltanto l’elevato contenuto artistico delle sue interpretazioni ma la continuità della resa che testimonia ulteriormente la grandezza di questo artista consapevole delle sue capacità ma, dopo 25 anni di carriera, umile servitore dell’arte del belcanto come agli esordi. La voce del baritono Giossi risolve liricamente, con squisita raffinatezza, sia i momenti dove ira e passione si scatenano sia i passi accorati che trovano giusto compimento nel “Dio di Giuda” che ha mirabilmente reso legando i suoni con tale espressività che per trovare qualcosa d’altrettanto valido occorre tornare con la memoria al Bruson dei tempi d’oro oppure fare un tuffo nel passato d’anteguerra e riascoltare quel che De Luca o Galeffi hanno lasciato nei solchi dei dischi. Un artista prezioso Giossi mai sufficientemente apprezzato.
Così come la sedia ha 4 gambe se Abigaille non regge il ruolo tutta l’opera ne esce pesantemente menomata. Abigaille deve essere un soprano drammatico d’agilità e già questa richiesta dell’autore prevede un connubio di qualità non facili da trovare e conciliare nella stessa persona. Oggi non sono in tante in grado di rendere compiutamente la figura di Abigaille. È un po’ come cercare le oasi nel deserto libico. Il soprano Anna Pirozzi è dotata di un materiale vocale bello per timbro e colore ma il peso specifico della voce è indubitabilmente vocato al repertorio lirico, non certamente al lirico spinto o drammatico(tanto meno il drammatico).
Difficilmente comprensibile la scelta di questo soprano nel volersi misurare in un ruolo che le è estraneo. Certamente buona può essere la sua Mimì e ottime soddisfazioni può ottenere nel repertorio congeniale alla sua voce bella e delicata che non merita d’essere stiracchiata alla ricerca di uno spessore che le è estraneo. Non è un caso se il momento migliore questo soprano l’ha offerto nell’andante “anch’io dischiuso un giorno”. Gli acuti ci sono ma mancano assolutamente del vigore necessario mentre il centro, nonostante lo dilati artificiosamente alla ricerca di quello spessore che il ruolo esige, appare nel caso esiguo. Il grave è privo di ampiezza e d’armonici mentre è proprio in questo registro che dovrebbe risuonare cupamente il ruggito di rabbia e ribellione di Abigaille.
Altro pilastro di quest’opera è il gran sacerdote Zaccaria. Premesso che insieme a Filippo II, e al Padre Guardiano, quello di Zaccaria è “roba” da far tremare le vene ai polsi di chiunque s’accinga ad affrontare questo ruolo verdiano, il basso Enrico Iori ha fatto sfoggio di adeguata personalità ed ha ben reso scenicamente il personaggio. Meno a suo agio ieri sera, vocalmente, rispetto ad altre occasioni nelle quali ho avuto il privilegio d’ascoltarlo! La voce non è torrenziale e ne perde la cabaletta “come notte al sol fulgente” ma è impostata con proprietà e, nel corso dell’opera, s’è assodato. Ieri sera m’è parso rilevare un disagio nel salire in acuto che in altre circostanze non avevo percepito. A tratti ho avuto la sensazione che fosse un poco raffreddato o comunque indisposto. La voce, solitamente rotonda e morbida usciva con meno armonici; più aspra e secca.
Detto questo lo Zaccaria del basso Iori ben s’è inserito nel contesto ed essenzialmente ha delineato un personaggio credibile.
Dignitosa e decorosa la Fenena delineata da Cristina Melis. Questa cantante realizza il personaggio in virtù d’un buon equilibrio delle caratteristiche vocali che la distinguono. Non da meno l’Ismaele del tenore Giuseppe Talamo. La tessitura di questo ruolo non è certamente impervia però esige un buon legato e questo giovane tenore ha ottime intenzioni che realizza in buona misura. Grave, centro e acuti sono equilibrati e sostanzialmente l’emissione è esente da vizi capitali. Ascoltarlo è piacevole.
Se 50 anni fa una voce come quella del Talamo avrebbe, probabilmente, faticato ad uscire dal coro oggi può ben proporsi come solista purché non perda mai di vista il corretto repertorio. Timbro e colore non hanno un particolare fascino ammaliatore ma la linea del canto è ben gradevole quindi”in bocca al lupo”al tenore Talamo.
Classe, stile, intelligenza e una voce inossidabile fanno del sacerdote di Franco Montorsi un esempio ed un prezioso patrimonio per il teatro d’opera.
Va segnalata la bella voce e l’accorta vocalità del soprano Carla Cenacchi.
Adeguato l’Abdallo si Stefano Rizzati.


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