QUANDO
IL DIRETTORE FA LA DIFFERENZA -- Traviata a Casalgrande
Il
solo pensiero d’allestire La Traviata toglie il
sonno a qualsiasi direttore artistico e credo che il Dott.
Ugo Bedeschi, quando decise d’imbarcarsi nell’impresa,
qualche difficoltà per addormentarsi la sera l’abbia
avuta. I bilanci del teatro De Andrè di Casalgrande
non sono quelli scaligeri e coniugare insieme ristrettezze
di bilancio e qualità artistica non e’ certo
facile.
La scelta del Dott. Bedeschi di offrire spazio ai giovani
e’ sacrosanta anche se non e’ facile adeguare
la qualità vocale alle necessità ma a collaborare
con il Direttore artistico interviene il tenore Paolo Barbacini
noto non soltanto come cantante di fama internazionale ma
anche come affermato Direttore d’orchestra oltre che
Maestro di canto. Ho già avuto modo d’ascoltare
l’orchestra dei Cantieri d’Arte in Attila, Rigoletto,
Don Pasquale e Traviata e ho tratto buona impressione da
quest’insieme sicuramente costituito di solide realtà professionali
stimolate al meglio dalla bacchetta di Paolo Barbacini.
L’amalgama orchestrale controllato ed equilibrato nella
direzione ha consentito una adeguata ricchezza di colori
e sfumature sapientemente dosate dal gesto preciso e misurato
del Maestro Barbacini che ha portato tutto il complesso ad
accompagnare sempre il canto nelle arie come nei concertati.
La lettura del Maestro ha offerto, con finezza e originalità della
strumentazione, una esaltante rappresentazione dell’amore
nelle molteplici sfaccettature che lo spartito propone rendendo
significativamente la ricchezza dell’ispirazione Verdiana.
Le deformità nel corpo e/o nello spirito hanno sempre
trovato largo spazio in Verdi ( vedi Rigoletto o Jago) ed
i tormenti passionali di Violetta, tra peccato e redenzione,
s’irradiano per tutta l’opera coinvolgendo tutti:
cantanti e orchestra. L’orchestra, seppur esigua nel
numero, ha offerto ottima prova dimostrando d’essere
pronta a rispondere alle richieste del Maestro Barbacani.
Già le sublimi ed aeree trasparenze del preludio rendono,
con un prodigio di sintesi quasi incorporea, lo spessore
drammatico nel quale e’ immersa Violetta. Per poter
ottenere effetti adeguati occorre un insieme orchestrale
di sicura professionalità ed una bacchetta autorevole
senza se e senza ma! Anche nei passi orchestrali brillanti,
che richiamano la scena iniziale di Rigoletto ed anche echi
del Falstaff Barbacini e l’orchestra offrono un quadro
pittorico dove dialoghi ed espressività strumentale
si intersecano o si fondono in modo che i personaggi, anche
quelli detti minori, si caratterizzano sul sostegno orchestrale.
Sia chiaro che questo genere d’operazione non riesce
a tutti coloro che s’espongono salendo su d’un
podio: a Barbacini riesce abitualmente ma a tanti altri no!
Perplessità prima che si alzasse il sipario ne avevo
molte perché non conoscevo i cantanti ma, sebbene
la perfezione non sia di questo mondo, devo dire d’aver
assistito ad uno spettacolo complessivamente gradevole.
Vestiva i panni del marchese Franco Montorsi da assimilare
a quel comprimariato di lusso d’una volta oggi rarefatto
e riconducibile a poche figure che paiono non trovare un
ricambio generazionale. Dove sono oggi gli eredi di Ricciardi,
Carbonari, Trimarchi, Andreolli, De Palma e via così?
A volte sospetto che Montorsi abbia stretto un patto con
qualcuno che non oso nominare……comunque sia grazie
per esserci caro Montorsi.
Due miniature cesellate l’Annina d’Azusa Kinashi
e il dott. Grenvil del Bs reggiano, assai promettente, Massimiliano
Catellani.
Non da meno il Gastone di Bernardo Pieri e Erika Fonzar che
ha offerto una Flora di tutto rilievo. In tutto quanto sopra
si coglie il sapiente apporto del Maestro Barbacini che ha
saputo trarre il meglio da ogni artista. Tra coloro che vengono
convenzionalmente definiti comprimari ho tenuto per ultimo
il Dudhol del Br kim Ho Jeong , voce di notevole bellezza
per timbro e colore inoltre dotata di ragguardevole spessore
lirico e se questo baritono saprà risolvere i problemi
che attualmente ne affliggono il registro acuto, farà parlare
di sè in futuro.
In 40 anni di frequentazioni teatrali non m’era mai
accaduto d’ascoltare una temeraria Violetta sfidare
con apparente baldanza il primo atto di Traviata avendo cantato
fino a non tanto tempo fa da mezzosoprano. L’avessi
conosciuta sei mesi fa sapendone le intenzioni l’avrei
certamente sconsigliata. Eppure questa ragazza, seppur tra
palesi difficoltà e incertezze nelle agilità,
e’ riuscita comunque ad essere convincente ed a farsi
perdonare peccati tutto sommato veniali. La bella presenza
scenica l’aiuta non poco e, sebbene apparisse più convinta
che convincente, almeno nel primo atto, ha offerto e tratteggiato
una Violetta accorata e appassionata che ha preso, nel dipanarsi
della vicenda verdiana, uno spessore drammatico che trovava
nel centro e nel grave densi e corposi il supporto più significativo.
Sara Rossi debuttava in Traviata a Casalgrande e Dio solo
sa quel che può esserle passato per la testa all’inizio
e alla fine del primo atto ma credo possa essere soddisfatta
di se stessa ma stai attenta cara figliola perchè Violetta
ha stroncato tante belle voce!!!! Difficile immaginare una
voce più adatta al ruolo d’Alfredo di quella
del tenore coreano Kim.
Il Jung. Questo giovane possiede voce morbida, calda, passionale,
a tratti ha un che di carnale che può condurre, nel
lirico spinto-drammatico a Don Josè, per paragone.
Sabato sera questo giovane ha tratteggiato un Alfredo in
larga misura affidato al fascino della sua bella voce; non
ha “schivato” la cabaletta che tanti evitano
ed ha risolto con buona espressività anche la scena
della borsa e lo straziante finale. Per fortuna s’agita
poco sulla scena; non ne ha bisogno potendo affidare alla
bellezza naturale della voce l’efficacia della frase
cantata.
Il percorso e’ ancora lungo ma la strada imboccata
pare virtuosa e se saprà attenersi al repertorio lirico
a lui congeniale avrà e darà ampie soddisfazioni.
Non ho mai avuto particolare simpatia per il ruolo di Germont
padre: un vero rompiscatole nella vicenda. Ho tenuto per
ultimo Giorgio Germont perché il Br. Kim Hoon Young
l’avevo già ascoltato lo scorso anno in Don
Pasquale nel ruolo di Malatesta e avendolo allora trovato
piuttosto impacciato non m’aspettavo di riscontrare
in lui un così marcato miglioramento: e’ il
cantante che ho trovato più significativo in questa
interessante Traviata a Casalgrande.
Young ha buon impasto vocale di Br. lirico e canta con gusto
e rispetto dei segni d’espressione, alleggerisce, sfuma,
lega con garbo e gusto e, fortunatamente si muove poco: onore
a lui e al suo maestro! Anche nell’aria un po’ melensa “Di
Provenza” ha saputo misurare e dosare gli accenti con
essenzialità vocale e gestuale.
Tagliare la cabaletta sarebbe stato in odor d’eresia!
Questo giovane baritono ( adire il vero non riesco m,ai a
dare bene l’età’ agli orientali ma presumo
sia giovane nonostante un colorino nei capelli-per invecchiarlo
in scena- che stava tra la cenere bruciacchiata e la cacca
di piccione) mi ha fatto una ottima impressione e credo possa
essere additato ad esempio ad altri.
Per tutta l’opera si e’ proposto con giusti e
significativi accenti fino a “finché avrà il
ciglio lacrime” a coronamento d’una prestazione
in vero ragguardevole. Sono per natura un tradizionalista
e mal digerisco le trasposizioni temporali ma quella posta
in essere sabato sera ha segnato significativamente in modo
positivo la serata.
Il Coro ha offerto una prestazione alla altezza della sua
fama. Belle le scene ed i costumi e accattivante l’inserimento
dei danzatori: Isidora Balberini, Maristella Tadolini, Gloria
Vannoni e Francesco Arena. La regia, valida ed efficace era
affidata alla solida e affidabile professionalità del
Dott. Ugo Bedeschi