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Tosca - 7 Ottobre 2009 Rocca Meli Lupi Soragna

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Verdi Festival 2009

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Guestbook Nausica  
  Nabucco e Signor Bruschino a Varano De'Melegari

Michele Pertusi fa studiare i giovani per Nausica Opera International
al Castello Pallavicino di Varano de’ Melegari: begli elementi in Nabucco e nel Signor Bruschino e un’incongruenza di fondo

Seconda edizione del festival Varano Opera al Castello Pallavicino di Varano de’ Melegari, nella bellissima Val Ceno, dove Nausica Opera International, che divide la sua attività fra Parma, Assisi, Tokio, Kyoto, ha voluto quest’anno dal 6 all’11 luglio Michele Pertusi alla guida di un Masterclass di 25 giovani selezionati fra 300, finalizzato agli allestimenti di Nabucco e del Signor Bruschino. Il presidente Enrico Fontana spesosi nel rattoppare la perdita della prevista regia di Artemio Cabassi, ha deciso di permettere ai giovani del corso di alternarsi nella costruzione dei personaggi, in forma concertante: cosicché due erano i Nabucco, le Abigaille, gli Ismaele, mentre, per l’opera rossiniana il cast era, per la quasi totalità, raddoppiato.

L’idea iniziale di Pertusi (decifrare, cioè, anche la vocalità di questo popolare primo Verdi come appena post-donizettiana) avrebbe permesso una lettura anticonformisticamente spostata sul versante belcantistico (taglio, come ben sappiamo, caro al grande basso parmense), visto che, tra i ragazzi della Master erano stati individuati gli elementi versati all’occasione, adoperando, quindi, due baritoni di diversa estrazione, l’uno per il cantabile dei ripiegamenti di Nabucco, l’altro per i passi di ferocia.

Ma s’è preferito ripescare gli affidabili Valentino Salvini e Lisandro Guinis, tutt’altro che di primo pelo, dalla vocalità datata e dall’espressione tribunizia. E chiamare l’attempato Fabrizio Flamini (Zaccaria) voce di vero basso, sì, ma servita da poca arte. Tutti impegnati a “dar di voce” tanto da far pensare che quando la stagione dei vociferanti sarà finita non ne sentiremo proprio la nostalgia.

Più interessanti le due Abigaille, della giapponese Rika Itanami (però già a ridosso degli “anta”), epigona di Gail Gilmore, e della temperamentosa Tamta Tarieli, una ventisettenne dallo strumento ben “passante”, che pare quel vero “falcon” di cui s’avrebbe tanto bisogno, con un registro grave, cioè, intrigantemente mezzosopranile, finalmente senza fratture né gutturalità. Eric Vivion Grandi, il primo Ismaele, ricorda Villazon per la solare generosità ma anche per i pericoli che corre; Paolo Pieruzzo, il secondo, è più misurato e lineare.

Funzionali la Fenena di Paola Scaltriti e il Gran Sacerdote di Belo di Daniele Bartolini, l’Anna di Azusa Kinashi e l’Abdallo di Chan Wook Cho.

Un bel daffare per Claudio Cirelli al pianoforte e per la direzione del coro di Fabrizio Cassi a gestire la presenza della massa dei settanta della gloriosa Corale Verdi di Parma, dispensatrice di una bella mezzavoce nell’atteso Và pensiero.

Meno pubblico alla seconda serata, ma più stimolato e compiaciuto del lavoro fatto dai ragazzi (qui davvero giovani) su quel “Signor Bruschino” mai abbastanza amato. Tolti i recitativi si è domandato ai corsisti la sostanza del canto, per cui il sunto della narrazione era affidato al recitativo dell’oste Filiberto quando, nell’incontro con Florville, reclama i danari che gli spettano e descrive Bruschino padre come “attaccato di gotta”.

Su tutti si stagliava chiaramente proprio lo straripante Filiberto di Daniele Piscopo, di cui si diceva già un gran bene a proposito di un recente Bruschino al Conservatorio di Milano: baritono schietto, dalla gittata d’altri tempi, nato per essere un Figaro ideale, che della parte fa una creazione davvero personale pronta per qualsiasi teatro; poi le tre Sofie (Brunella Carrara, Sylvia Cseslec, Yoshiko Yamaguchi) che si fanno valere con belle sonorità, vocalità libere e sane di cui la giapponese è la più d’effetto, che da una voce in origine petulante cava un cotè virtuosistico di tutto rispetto ma anche sventole di suono un po’ spinto all’eccesso.

Dei due Gaudenzio si fa apprezzare Flaviano Giordano, la cui ambiguità timbrica si colloca a metà fra i Marabelli e i De Simone dell’odierno panorama brillante mentre il ginevrino Antoine Bernhei è dispiacevole per i troppi suoni aperti.

Una sorpresa è venuta dal ventenne Oreste Cosimo, allievo di Lucia Rizzi al Conservatorio di Parma, a dimostrarci come le voci meridionali di tenore possano ancora far grande il nostro Paese e far tacere i patetici che rimpiangono il passato: il ragazzo è sì tanto fresco ma c’è qualcosa nel porgere nel caratterino che fa pensare possa divenire assai scaltro; il timbro è benedetto da Dio, come la schiettezza della stele.

Gli si alternava l’anconetano Carlo Giacchetta, che, meno baciato ma più esperto, non fatica a dire la sua con apprezzabili intenzioni e una voce adatta ai cimenti rossiniani che chiedono di arrampicarsi sulle vette.La Marianna di Antonella Fioretti e il Bruschino figlio (e Commissario) di Emiliano Tozzi completavano il cast con volontà. Milo Martani sosteneva al pianoforte i ragazzi.

Del Bruschino padre di Francesco Baiocchi non ho apprezzato l’approssimazione della preparazione musicale del personaggio. Ma il soggetto è interessante. Nella vita di tutti i giorni è un compagnone con i tempi comici dei fabulatori, con la vis brillante innata che, però, non trasporta completamente sul palcoscenico. Possiede voce di baritono rurale e vocalità cercata un po’ gorgo, che si difende nel legato ma che mi pare nata per le frasi spartane di Alfio o le trame mancine di Paolo Albiani dove può trarre partito dalla ruvidezza che il suo strumento conserva anche come qualità.

Nella seconda parte i giovani si sono cimentati in un’aria a testa dal proprio repertorio, dove tutti hanno ben figurato, ma un lampo nel cielo della notte parmense è stata la grande scena di Alfonso nella “Favorita” donizettiana, in cui il baritono ventitreenne Gonzalo Ezequiel Moya, di origini argentine ma italianissimo, ha rivelato una voce scura di soggiogante bellezza e un interprete di superiore caratura, pieno di intenzioni, che, forte di una meditata espressività giocata sulle sfumature dei piani, pare raccogliere l’eredità di Paolo Coni e riprenderne il discorso sospeso.

Peccato non sia stato utilizzato per tradurre il lirismo e gli abbandoni del lato belcantistico di Nabucco. Pino Di Luino

 
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