Michele Pertusi fa studiare i giovani per Nausica Opera International
al Castello Pallavicino di Varano de’ Melegari:
begli elementi in Nabucco e nel Signor Bruschino e un’incongruenza
di fondo
Seconda edizione del festival Varano
Opera al Castello Pallavicino
di Varano de’ Melegari, nella bellissima Val Ceno, dove
Nausica Opera International, che divide la sua attività fra
Parma, Assisi, Tokio, Kyoto, ha voluto quest’anno dal
6 all’11 luglio Michele Pertusi alla guida di un Masterclass
di 25 giovani selezionati fra 300, finalizzato agli allestimenti
di Nabucco e del Signor Bruschino. Il
presidente Enrico Fontana spesosi nel rattoppare la perdita
della prevista regia di Artemio Cabassi, ha
deciso di permettere ai giovani del corso di alternarsi nella
costruzione dei personaggi,
in forma concertante: cosicché due erano i Nabucco, le
Abigaille, gli Ismaele, mentre, per l’opera rossiniana
il cast era, per la quasi totalità, raddoppiato.
L’idea
iniziale di Pertusi
(decifrare, cioè, anche
la vocalità di questo popolare primo Verdi come appena
post-donizettiana) avrebbe permesso una lettura anticonformisticamente
spostata sul versante belcantistico (taglio, come ben sappiamo,
caro al grande basso parmense), visto che, tra i ragazzi della
Master erano stati individuati gli elementi versati all’occasione,
adoperando, quindi, due baritoni di diversa estrazione, l’uno
per il cantabile dei ripiegamenti di Nabucco, l’altro per
i passi di ferocia.
Ma
s’è preferito ripescare gli affidabili Valentino
Salvini e Lisandro Guinis, tutt’altro che di primo pelo,
dalla vocalità datata e dall’espressione tribunizia.
E chiamare l’attempato Fabrizio Flamini (Zaccaria) voce
di vero basso, sì, ma servita da poca arte. Tutti impegnati
a “dar di voce” tanto da far pensare che quando la
stagione dei vociferanti sarà finita non ne sentiremo
proprio la nostalgia.
Più interessanti le due Abigaille, della giapponese Rika
Itanami (però già a ridosso degli “anta”),
epigona di Gail Gilmore, e della temperamentosa Tamta
Tarieli,
una ventisettenne dallo strumento ben “passante”,
che pare quel vero “falcon” di cui s’avrebbe
tanto bisogno, con un registro grave, cioè, intrigantemente
mezzosopranile, finalmente senza fratture né gutturalità.
Eric Vivion Grandi, il primo Ismaele, ricorda Villazon per la
solare
generosità ma anche per i pericoli che corre; Paolo
Pieruzzo, il secondo, è più misurato e lineare.
Funzionali
la Fenena di Paola Scaltriti e il Gran Sacerdote di Belo di
Daniele Bartolini, l’Anna di Azusa Kinashi e
l’Abdallo di Chan Wook Cho.
Un
bel daffare per Claudio Cirelli al pianoforte e per la direzione
del coro di Fabrizio Cassi a gestire la presenza della massa
dei settanta della gloriosa Corale Verdi di Parma, dispensatrice
di una bella mezzavoce nell’atteso Và pensiero.
Meno
pubblico alla seconda serata, ma più stimolato e
compiaciuto del lavoro fatto dai ragazzi (qui davvero giovani)
su quel “Signor Bruschino” mai abbastanza
amato. Tolti i recitativi si è domandato ai corsisti la sostanza
del canto, per cui il sunto della narrazione era affidato al
recitativo dell’oste Filiberto quando, nell’incontro
con Florville, reclama i danari che gli spettano e descrive Bruschino
padre come “attaccato di gotta”.
Su
tutti si stagliava chiaramente proprio lo straripante Filiberto
di Daniele Piscopo, di cui si diceva già un gran bene
a proposito di un recente Bruschino al Conservatorio di Milano:
baritono schietto, dalla gittata d’altri tempi, nato per
essere un Figaro ideale, che della parte fa una creazione davvero
personale pronta per qualsiasi teatro; poi
le tre Sofie (Brunella Carrara, Sylvia
Cseslec, Yoshiko Yamaguchi)
che si
fanno valere con belle sonorità, vocalità libere
e sane di cui la giapponese è la più d’effetto,
che da una voce in origine petulante cava un cotè virtuosistico
di tutto rispetto ma anche sventole di suono un po’ spinto
all’eccesso.
Dei
due Gaudenzio si fa apprezzare Flaviano Giordano, la cui ambiguità timbrica si colloca a metà fra i Marabelli
e i De Simone dell’odierno panorama brillante mentre il
ginevrino Antoine Bernhei è dispiacevole per i troppi
suoni aperti.
Una
sorpresa è venuta dal ventenne Oreste Cosimo, allievo
di Lucia Rizzi al Conservatorio di Parma, a dimostrarci come
le voci meridionali di tenore possano ancora far grande il nostro
Paese e far tacere i patetici che rimpiangono il passato: il
ragazzo è sì tanto fresco ma c’è qualcosa
nel porgere nel caratterino che fa pensare possa divenire assai
scaltro; il timbro è benedetto da Dio, come la schiettezza
della stele.
Gli
si alternava l’anconetano Carlo Giacchetta, che, meno
baciato ma più esperto, non fatica a dire la sua con apprezzabili
intenzioni e una voce adatta ai cimenti rossiniani che chiedono
di arrampicarsi sulle vette.La
Marianna di Antonella Fioretti e il Bruschino figlio (e Commissario)
di Emiliano Tozzi completavano il cast con volontà. Milo
Martani sosteneva al pianoforte i ragazzi.
Del
Bruschino padre di Francesco Baiocchi non ho apprezzato l’approssimazione della preparazione musicale del personaggio.
Ma il soggetto è interessante. Nella vita di tutti i giorni è un
compagnone con i tempi comici dei fabulatori, con la vis brillante
innata che, però, non trasporta completamente sul palcoscenico.
Possiede voce di baritono rurale e vocalità cercata un
po’ gorgo, che si difende nel legato ma che mi pare nata
per le frasi spartane di Alfio o le trame mancine di Paolo Albiani
dove può trarre partito dalla ruvidezza che il suo strumento
conserva anche come qualità.
Nella
seconda parte i giovani si sono cimentati in un’aria
a testa dal proprio repertorio, dove tutti hanno ben figurato,
ma un lampo nel cielo della notte parmense è stata la
grande scena di Alfonso nella “Favorita” donizettiana,
in cui il baritono ventitreenne Gonzalo Ezequiel Moya, di origini
argentine ma italianissimo, ha rivelato una voce scura di soggiogante
bellezza e un interprete di superiore caratura, pieno di intenzioni,
che, forte di una meditata espressività giocata sulle
sfumature dei piani, pare raccogliere l’eredità di
Paolo Coni e riprenderne il discorso sospeso.
Peccato
non sia stato utilizzato per tradurre il lirismo e gli abbandoni
del lato belcantistico di Nabucco. Pino Di Luino
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